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giovedì 1 dicembre 2005

#9 agosto 2005, PERU'.

CUZCO.
Ricomincio oggi, dopo tanto tempo, a scrivere il diario, da quando mi hanno rubato lo zaino a Potosì in Bolivia, trentacinque giorni fa. Da allora ho visitato il Salare di Uyuni, un mare di sale bianco, incredibile, la più grande distesa salata del mondo, a 3650 metri sul livello del mare, attraversato con altri turisti con un 4x4, con visita al villaggio dove lavorano e impacchettano il sale per venderlo, un hotel nel mezzo del salare fatto tutto di sale, un’isola colma di altissimi cactus dove ho mangiato per la prima volta il lama, che mi è piaciuto tantissimo, confrontato al suo cugino alpaca, buono lo stesso ma più duro e che ho mangiato spesso qua in Perù. Un freddo assassino, quando cala il sole, mi costringe a comprarmi un maglione e un cappello di lana nel mercato del piccolo villaggio di Uyuni da dove son partito per l’escursione e dove alloggio. Poi son tornato a Potosì, nella vana speranza di avere notizie dello zaino e da dove in quattro giorni torno ad Asunción, in Paraguay sempre attraverso la Trans Chaco, la strada sterrata che attraversa il Chaco, con scarsa vegetazione, il classico e particolarissimo albero a bottiglia e arbusti, posti di blocco e dogane, città segnate sulla cartina ma in realtà solo avamposti militari dove a volte ci fermiamo a consegnare grossi blocchi di ghiaccio e viveri ai poveri pochi presenti, a volte in divisa, a volte in mutande e canotta.Ad Asunción mi fermo qualche giorno per comprarmi lo zaino e il carica batterie per la videocamera, poi torno a Foz do Iguaçu, altre compere a Ciudad dell’Este poi un bus per il Pantanal, al confine Brasile Bolivia, per non riattraversare il Paraguay, treno per Santa Cruz de la Sierra, dove visito lo zoo e velocemente il centro, poi la notte bus per La Paz, breve visita alla piazza di San Francisco e le vie dei dintorni, dopo un minibus per Tiwanacu dove finalmente mi sistemo in Hotel. Una breve visita alla piazza di questo piccolo paesino a circa quattromila metri d’altezza, cena in hotel con riso, bistecche di alpaca e patate. Il giorno dopo visita alle rovine. Il museo e due siti archeologici. Interessanti, di una civiltà preincaica sviluppatasi nei dintorni del lago Titicaca. Gli archeologi stanno ancora scavando per tirar fuori altre rovine e oggetti ma a quanto pare non stanno ristrutturando ciò che hanno già trovato. La chiesa del paesino è fatta con pietre rubate dai conquistatori dal sito ed ha una strana, particolare struttura, le case sono piccole e quasi tutte di adobe, mattoni di fango seccato al sole. Pascolano molte pecore, alcuni lama, alpaca e qualche asino pettinato come Bob Marley. Bambini giocano a pallone nella piazza e una signora vecchissima vende rosari e santini di fianco all’entrata della chiesa. Un te di coca mi scalda l’animo.
Da Tiwanacu torno a La Paz, ma solo per prendere l’autobus, o meglio il “micro”, che mi porta a Copacabana, sul lago Titicaca. La strada è per lo più sterrata, una volta ci fanno anche scendere e camminare perché il micro non ce la fa, poi si arriva allo stretto di Tiquina, dove noi passeggeri dobbiamo attraversare in lancia mentre il micro attraversa il lago su una balsa, o chiatta. Una deviazione, non so per cosa, ci fa tardare per più di due ore.
Copacabana è una bella cittadina, piena di gringos, come mi ha sottolineato, con una smorfia, un archeologo tedesco che alloggiava all’hotel Tiwanacu, con tanti ristoranti, bar, hotel e negozi di artigianato. Mi sistemo in un hotel centrale, mi informo per andare a visitare l’isla del sol e faccio una visita alla chiesa, che venera la famosa Virgen de Copacabana, e dove vendono bottiglie d’acqua miracolosa, poi un giro per le vie del paese e negozi d’artigianato, tramonto spettacolare sul lago, cena, poi a nanna.
Il giorno successivo alle nove parte la barca che mi porta, con altri turisti, in forma di escursione, all’isla del sol. Il lago è di una trasparenza incredibile e anche l’aria non è da meno, lasciandomi vedere le montagne innevate che si ergono in lontananza. In barca conosco Luz, una ragazza messicana che stava studiando in Cile e adesso sta viaggiando un po’ prima di tornare a casa. Passero tutta la gita con lei. Sbarchiamo a nord dell’isola, dove visitiamo prima un piccolo museo, con reperti trovati per lo più nella città sommersa poco distante dall’isola. Poi saliamo fino ad arrivare ad un banco di pietra, dove dalla cultura Tiwanacu ad oggi, si sacrificano dei lama in onore alla Pachamama (madre terra) poi si visita il poco distante tempio (o labirinto) di Chinchana, rovine preincaiche. Ci dicono che il lago prende il nome dalla pietra del puma (titi = puma, caca o carqua = pietra). Dopo iniziamo una camminata di otto chilometri, per lo più in salita, che da nord ci portano a sud per un sentiero con paesaggi superbi, il fiato è corto, siamo a quattromila metri sul livello del mare o poco giù di lì. Arrivati nel villaggio a sud dell’isola, con Luz decidiamo di fermarci a pranzare con una buona trucha alla plancha. Arriviamo di corsa al molo, la nostra barca è già partita e sta per partire l’ultima, dopo un po’ di storie ci fanno salire ugualmente senza nessun sovraprezzo (la compagnia era la stessa).Sbarcati a Copacabana saluto Luz e mi precipito in hotel a riposare, esco per cenare e fare una piccola passeggiata per bere una birretta e salutare Copacabana!
Dopo essere passato in centro per spedire una cartolina prendo un taxi che mi porta a Cassani, la frontiera Bolivia Perù, sbrigo velocemente le formalità poi prendo un mototaxi “triciclo” con una signora, che ci porta al vicinissimo villaggio di Ynguyo, da dove dopo dieci minuti parto per la città di Puno. Così in venti giorni passo dalla Bolivia al Perù attraversando Paraguay Brasile Bolivia.
Al terminal di Puno prendo una bicitaxi che mi scarrozza in centro dove faccio bancomat, cerco un hotel, hotel Torino dieci nuevos soles, bagno in comune, acqua fredda, ma per una notte va benissimo, visto che il giorno dopo vado a dormire su un’isola. Anche Puno è strapiena di turisti ma le sue vie, soprattutto il centro, sono piacevoli. Mi compro un libro in spagnolo, Le miniere del re Salomone, due nuevos soles, che mi tiene compagnia nella fredda notte dentro la mia stanzetta che assomiglia ad una cella senza sbarre. Senza sbarre perché non c’è nemmeno una finestra.
La barca parte in ritardo perché ci sono due persone di troppo e finché non vanno su un'altra barca la “marina” non ci fa partire. La prima sosta è sulle isole galleggianti di Uros, isole “fatte” con la “totora” una canna che cresce nel lago e con la quale gli abitanti fanno tutto, dalle capanne al fuoco per cucinare, una parte è anche commestibile. Alcune isole vivono con il turismo, altre di pesca e sono chiuse ai turisti. In tempi remoti alcune famiglie si erano isolate in questo modo perché c’erano guerra tra villaggi vicini e loro volevano vivere tranquillamente e in pace. È un’esperienza singolare, quando si cammina un po’ si affonda calpestando le canne. Dopo una breve spiegazione sulla vita degli Uros e una mezzoretta di cazzeggio e fotografie si riprende la navigazione, prima tra altre isole galleggianti poi alla volta dell’isola (stavolta vera) di Amantanì, dove gli abitanti, soprattutto le donne, vestono abiti tradizionali, che sono diversi da quelli della terra ferma. Sbarcati ad Amantanì, il capitano della barca ci assegna alle rispettive famiglie, tutti sono in gruppo, io sono l’unico ad essere solo, mi accoglie una signora con una buffa bambina, che mi accompagnano a casa loro attraversando campi e saltando muretti di pietre. Si entra aprendo un cancello di lamiera ondulata in un piccolo cortile circondato dalla casa a due piani fatta di adobe. Al secondo piano, salendo una scala di legno c’è una stanza con quattro letti ed è lì che mi sistemano. Carmencita, così si chiama la signora, si mette subito a prepararmi il pranzo, loro hanno già pranzato. Nel frattempo il compagno mi fa vedere oggetti d’artigianato tessile fatti da Carmencita e delle figlie, che stanno con noi, mentre i figli stanno lavorando, visto che è festa e non vanno a scuola, poi mi fa anche dei giochi con le foglie di coca (una specie di tarocchi) e mi racconta usi e costumi della gente dell’isola, legata ancora a tradizioni ancestrali. Una zuppa di quinua, un cereale molto nutriente, patate di diversi tipi tra il lesso e l’arrosto, insalata di carote e altri vegetali che non riconosco. Loro vanno a lavare i panni, io vado a fare un giro per il piccolo villaggio – comunità, dove incontro Christian, uno svizzero “italiano” e due ragazze di Roma, Ilaria e Silvia. Mi aggrego a loro e con il loro gruppo e la loro guida visitiamo le rovine, si sale e la fatica si fa sentire. Quando cala il sole torniamo giù, alla piazza del paese dove alcuni indigeni giocano a “sapo”. Il cielo è limpidissimo e le stelle vicinissime, uno spettacolo incredibile. Gli altri tre, accompagnati dalla loro ospite, si avviano per la loro casa e per un po’ facciamo un pezzo di strada insieme, poi quando ci dividiamo da dietro compare Carmencita con la bambina che mi stava cercando preoccupata… un po’ mi dispiace ma che ci posso fare?!? A casa ci sono anche gli altri due ragazzi ed ora la cucina, piena di fumo, sembra più allegra del pomeriggio. Prepara la cena, ceniamo tutti insieme poi filmo un po’ con la video camera e facendo rivedere le immagini tutti ridono e si divertono. Però c’è poco tempo, la bambina e la mamma si cambiano, a me fanno indossare un poncho (caldissimo per fortuna) e andiamo in un salone in paese dove ci sono alcuni musicisti che cominciano a suonare e quasi tutti i turisti vestiti con i loro abiti, gli uomini con poncho e berretto, le donne con gonne e camice ricamate.
La piccola Irene (la bambina) mi trascina a ballare poi arrivano anche Thio (Christian) Ilaria e Silvia, altri turisti e si balla tutti insieme in una specie di girotondo sempre più veloce e scoordinato…divertente. Comunque si va a letto presto. La mattina successiva, dopo colazione, Carmencita mi accompagna al molo dove prendo la barca che mi accompagna a Taquile, un'altra isola con un bel paesino dove c’è una festa folklorica, con balli, vestiti tradizionali e bancarelle d’artigianato. Mi rincontro brevemente con gli altri tre e ci diamo appuntamento al molo di Puno. La mia barca parte prima della loro, così arrivato a Puno mi mangio una deliziosa trucha, faccio un giro per i banchi poi mi siedo davanti al molo a leggere ed aspettare. Quando arrivano prendiamo due bicitaxi, Thio e Silvia, io ed Ilaria e ridendo e scherzando, mentre i due pedalatori si sfidano, andiamo al terminal degli autobus per chiedere informazioni, io e le ragazze per venire a Cuzco, Thio per andare a Copacabana. Sempre con i due bicitaxi ci dirigiamo all’ostello dove loro hanno i bagagli ma è pieno e ci trovano una sistemazione vicinissimo, una stanza con tre letti, anche se siamo in quattro, ma non ci facciamo certo problemi. La ricerca della cena si rivelerà una comica, in due ristoranti ci sediamo, aspettiamo con la dovuta calma latinoamericana, scegliamo dal menù, ordiniamo ma ciò che vogliamo non lo hanno e ce ne andiamo, poi alla terza opportunità finalmente riusciamo a mangiare, esausti e affamati. Tornati in hotel giochiamo un po’ a briscola piegandoci dalle risate fino a tarda ora, poi giunge il sonno.

Salutiamo Thio e prendiamo il Bus per Cuzco, fonte di disappunti, risate e stravaganze, più per le ragazze che per me, che di viaggi ne ho fatto di più bizzarri.
Cuzco è una bellissima città coloniale, costruite su rovine Inca. È piacevole ed elettrizzante camminare per le sue vie e strade, piazze e porticati. Facciamo i biglietti per andare a Machu Picchu ma dobbiamo aspettare due giorni prima di partire. Silvia non sta bene e si riposa in hotel, io ed Ilaria andiamo un po’ in giro. Anche se non in perfetta forma, il giorno dopo, Silvia viene con noi, a visitare i vari siti incaici vicini alla città, in autobus fino a Tambo Machai, a piedi alla vicina Puka Pukara, poi a cavallo visitiamo gli altri siti, il tempio del sole e Quenko, infine andiamo a piedi a Sacsayhuaman, la grande fortezza costruita con massi enormi e perfettamente combacianti. Una lunga scalinata ci riporta fino alla plaza de Armas a Cuzco. Il treno per Machu Picchu parte alle sei di sera da Ollantaitambo. La mattina andiamo a visitare il bel villaggio e le rovine di Chinchero (che è di strada) con una sosta anche ad un laboratorio tessile artigianale, con le donne con i vestiti tradizionali che ci hanno anche offerto delle patate cucinate sottoterra. Quindi un minibus fino ad un fantomatico incrocio per “Maras”, che raggiungiamo con un taxi collettivo e da dove cominciamo una camminata sulle montagne e tra le montagne per arrivare alle saline, uno spettacolo originale e fantastico. Dopo una passeggiata tra le saline scendiamo di qualche centinaio di metri, attraversiamo un ponte di legno sospeso sul fiume Urubamba e arriviamo alla cittadina omonima in taxi, da dove con un “micro” stracolmo di gente all’inverosimile, raggiungiamo Ollantaitambo, cena al mercato sporco e polveroso che con poche gocce di pioggia diventa fangoso, poi mototriciclo taxi fino alla stazione e in poco meno di due ore di treno siamo ad Aguas Caliente. A noi tre si è aggiunto un australiano che non spiaccica una parola né d’italiano né di spagnolo ed il mio pressoché nullo inglese non facilita la comunicazione. La notte mi sento male e vomito, così non si parte a piedi prima dell’alba ma in autobus dopo le dieci. All’ingresso accettano la mia, non proprio valida, tessera studentesca, (come per il “boleto turistico” che dà accesso a sedici siti, tra musei, rovine e spettacoli folkloristici di Cuzco e dintorni.) che mi dà diritto al 50% di sconto sull’ingresso. Appena si entra si ha subito l’idea della bellezza, della magia, dell’energia di questo posto e mi rendo conto del perché è il posto più visitato del Sud America, la natura, con le sue montagne a punta e ricchissime di verde vegetazione, forma una cornice impressionante alla cittadella di pietre e anche i misteri sulla sua storia e sulla sua costruzione me la fanno ammirare con il fiato corto. Nonostante si è scesi a circa 2400 metri, rispetto ai 3200 di Cuzco e i 4000 del lago Titicaca, salire e scendere per le grandi scalinate comporta molta fatica, non solo a me che sono debole e disidratato. Le ragazze e l’australiano decidono di salire sull’Huayna Picchu, la montagna “giovane” che sta di fronte, io non me la sento e preferisco intrufolarmi in qualche gruppo organizzato ad ascoltare le spiegazioni delle guide e camminare tra le stradine, costruzioni e scalinate. Trattenendomi a volte con altri italiani, a volte seguendo dei lama per accarezzarli e filmarli. Quando gli altri scendono e si riposano un po’, io e Silvia rimaniamo a contemplare il paesaggio e l’Huayna Picchu. Tornati ad Aguas Calientes mi prende la debolezza che mi butta giù fisicamente, così mi butto subito sotto le coperte con Silvia ed Ilaria che si prendono cura di me comprandomi della frutta e dei succhi. Il giorno dopo, alle sei meno un quarto abbiamo il treno per Ollantaitambo dove prendiamo un taxi che ci porta a Cuzco. Io mi sistemo in un hotel vicino all’altro, in pieno centro, ma più economico, poi andiamo a mangiare nel quartiere di San Blas, salutiamo Tom l’australiano poi andiamo in giro per la città. Alle otto di sera le ragazze vanno al terminal degli autobus per andare a La Paz, così ci salutiamo, un po’ con l’amaro in bocca, compagne di viaggio per otto giorni, con la promessa di rimanere in contatto via e-mail e di rincontrarci, magari in Italia.

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