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sabato 16 luglio 2022

Il Genepesca

Non era passato nemmeno un mese dalla resa dei nazifascisti e la fine della seconda guerra mondiale in Italia che il peschereccio Genepesca, sulla rotta Tunisi Livorno, all'altezza delle secche di Vada, il 26 maggio 1945, prende in pieno una mina abbandonata che squarcia in due lo scafo e affonda. Poco più di settantasette anni dopo mi trovo a fluttuare nell'acqua a pochi centimetri dalle sue lamiere. Anche stamattina sono partito poco prima delle 5 per arrivare al diving di Cecina tre ore dopo, in gommone siamo quattro clienti, il barcaiolo e la guida subacquea, ovvero padre e figlia, il sito d'immersione si trova a venti minuti di navigazione dalla marina di Cecina, il mare è piatto, soffia una leggerissima brezza, in cielo neanche una nuvola e fa molto caldo, come è giusto che sia in una giornata di metà luglio, la situazione è rilassante e guardare il mare all'orizzonte e sentirne il profumo mi da una sensazione di gioia adrenalinica. Il relitto si trova su un fondale di trentatré metri ed è spezzato in due tronconi, noi esploreremo la parte poppiera, lunga più di cinquanta metri e in assetto di navigazione leggermente sbandato sulla sinistra, mentre la prua si trova a una cinquantina di metri di distanza, poggiato sul mascone di dritta su un fondale di ventinove metri.
La Motonave Genepesca era un peschereccio d'altura ideato e costruito per la surgelazione a bordo del pesce appena pescato in modo da attuare e mantenere la catena del freddo. Era stato costruito in Italia, nei cantieri navali di Riva Trigoso, vicino a Genova e varata nel 1940, era lunga circa settantanove metri, larga dodici, con stazza lorda di circa milleseicentosessanta tonnellate e poteva raggiungere una velocità di tredici nodi. L'equipaggio era composta da 27 civili, tre militari italiani e uno americano e tutti furono tratti in salvo. Il relitto non è pedagnato, ovvero segnalato da una boa, quindi si raggiunge approssimativamente il punto con il gps e lo si cerca con l'ecoscandaglio, una volta sopra si cala l'ancora poi ci prepariamo velocemente ed entriamo in acqua. Fino ad una decina di metri l'acqua è bella calda, il computer segna 24 gradi ma dopo rompiamo un termoclino e il freddo si fa sentire, sul fondo il computer segna 16 gradi, una notevole differenza. Scendiamo seguendo la cime dell'ancora che è posata tra le lamiere dello squarcio provocato dalla mina e ci dirigiamo, seguendo la fiancata di dritta, verso la poppa, nella parte più profonda dove c'è la pala del timone ed al posto dell'elica, che è scomparsa chissà dove, un grosso buco, forse provocato dal tentativo maldestro di recuperarla. Il passaggio tra questi è veramente scenografico e spettacolare, le pareti dello scafo sono piene di madrepore gialle che illuminate con la torcia impreziosiscono tantissimo questo passaggio. Risaliamo verso il ponte di poppa dove alcune strutture crollate fanno vedere i grossi bomboloni che avevano il gas per poter refrigerare le celle frigo. Proseguendo verso prora si incontra ciò che resta del camino, crollato oramai per colpa di una rete che lo ha incagliato, dove si riesce ancora a leggere chiaramente il nome della nave, o meglio, da una parte si distinguono bene le lettere “pesca” e dall'altro un po' meno chiaramente “Gene”.
Si prosegue sempre verso prua, tra bitte, boccaporti, una gru e nuvole di castagnole per arrivare alla spaccatura e tra tante lamiere si notano le serpentine per raffreddare le pareti delle celle. Dopo un altro breve giretto ricominciamo la salita, con molta calma, un “safety stop” a tredici metri e un minuto di deco a tre ma che smaltisco a sei metri dove poi faccio passare anche i tre minuti di sosta di sicurezza. Una volta riemersi saliamo sul gommone, il mare è sempre calmissimo e in cielo splende un sole estivo senza nuvole, sostituiamo le bombole usate con quelle piene e aspettiamo mezz'oretta poi ci dirigiamo verso il secondo punto d'immersione, il relitto di un aereo americano della seconda guerra mondiale, a circa venti minuti di distanza e verso terra.

Immersione sul relitto del Ducky Poo

Arrivati sul sito d'immersione e calata l'ancora, dobbiamo aspettare ancora dieci minuti per garantirci un'adeguata sosta di superficie di almeno un ora tra la prima e la seconda immersione. Fa caldo, il sole picchia forte, cominciamo a prepararci ed io gonfio il mio gav e lo butto in mare, mi allaccio la cintura di zavorra, infilo le pinne, metto la maschera e lo raggiungo in meno di un minuto, indosso il gav in acqua come faccio la maggior parte delle volte e sto un po' più fresco anche se l'acqua in superficie è calda, il computer segna 24 gradi ma sul gommone sono sicuramente più di trenta, mi faccio passare la macchina fotografica, gli altri non sono ancora pronti ma ormai un ora è passata, così chiedo se posso cominciare l'immersione da solo per poter ammirare e fare alcune foto al relitto senza nessuno intorno, la sua sagoma si percepisce già dalla superficie, la profondità del fondale è di diciotto metri, mi danno l'autorizzazione così sgonfio gav e polmoni e vado giù, mi fermo a circa tre metri dal relitto per poterlo ammirare in tutta la sua estensione. A dire il vero non si vede tutto ma dalla sabbia emergono solo l'ala sinistra col suo motore e l'elica con una pala ritta verso la superficie, un pezzo di trave che parte dall'ala, la carlinga, metà del motore di destra e in fondo le punte dei timoni di coda, però si riesce perfettamente a capire e immaginare che sotto la sabbia ci sia tutto l'aereo. Il sito in se è molto piccolo e forse dopo pochi minuti si potrebbe anche decidere di tornare su ma c'è un sacco di vita, dalle castagnole agli scorfanotti, saraghi, donzelle, bavose e tanti altri piccoli pesci ma la star è un grosso grongo che spunta dalla carlinga, esce e si nasconde sotto l'ala, riesce e si torna a imbucare nella carlinga, non ha timore e si lascia fotografare continuamente e sembra si metta in posa come una modella. Il tempo passa in fretta e invece di tornare su dopo pochi minuti riemergo dopo cinquanta giusti giusti e con due minuti di deco accumulati. Oltre l'immersione in se, come la maggior parte delle immersioni nei relitti, è la storia che c'è dietro che li rende ancora più intriganti e interessanti.
Il Ducky Poo, ovvero “Cacca di Papera”, era un P-38 F Lightning F4, ovvero, con un allestimento da ricognizione, nel muso aveva installate le macchine fotografiche al posto delle mitragliatrici. Il P-38 Lightning venne studiato e creato dalla Lockheed nel 1939, entrò in servizio nel 1941, fu l'unico caccia statunitense progettato per essere impiegato per tutta la durata della guerra e fu costruito in circa 10.000 esemplari. Innovativo e molto rivoluzionario, era un aeroplano bitrave, ovvero con le superfici di controllo della coda installate su due travi attaccate alle ali e non sulla fusoliera migliorando l'efficienza aerodinamica dei due motori a V Allison con turbocompressori, molto stabile grazie anche ai due motori che, girando in senso contrario, annullavano la tipica tendenza ad imbardare, tipica dei caccia ad elica monomotore. Per potenza di fuoco, velocità ed affidabilità si dimostrò uno dei più proficui investimenti militari americani. A luglio del 2000 a Cecina arrivarono tre americani, David Toomey e due subacquei esperti che incontrarono Dino e Sara del Diving Centro Sub con una richiesta bizzarra: Trovare il caccia da ricognizione che David Toomey pilotava durante la seconda guerra mondiale e che nel giugno 1944 durante una missione per fotografare in territorio nemico la riva destra dell'Arno partendo da Tarquinia fu colpito da una nuvola di proiettili sparati dall'artiglieria Tedesca che aveva occupato la zona di Cecina per proteggere la ritirata verso Nord. Il pilota fu ferito ma riusci a fare ammarare l'aereo che si appoggiò per qualche secondo sull'acqua e gli permise di saltare fuori dall'abitacolo prima di inabissarsi e così raggiungere la riva a nuoto, dove nei pressi incontrò i partigiani di Guardistallo che lo nascosero ai nazifascisti, fino al primo luglio, quando i carri alleati occuparono la zona e David riusci a tornare al suo battaglione.
Il proprietario del Diving senza veri e propri punti di riferimento disse che era come cercare un ago in un pagliaio e rifiutò i dollari offerti. I tre americani non si scoraggiarono e cercarono e trovarono chi li portò per mare e informò di sei possibili relitti, tutti tracciati con coordinate dalla Marina Italiana per aiutare i pescatori ad evitarli con le reti. Si era tuffato personalmente, di cinque di questi nessuno era un P-38 e l'ultimo non lo avevano trovato, i tre tornarono negli Stati Uniti un po' delusi. Alla fine del 2009 si presentò a Dino e Sara un giornalista che aveva scritto un articolo sulla storia di Toomey e del suo P-38. Ripropose loro di trovare l'aereo con la richiesta che veniva direttamente da David, oramai anziano. Immergendosi nei momenti liberi, perlustrando miglia di fondo marino nella zona presa in considerazione e con qualche “dritta” data dai pescatori locali, finalmente un giorno la mano di Dino toccò qualcosa che usciva dalla sabbia, era la parte superiore della coda poi un po' più avanti un ala con il motore e una pala dell'elica puntata verso il cielo e la carlinga. David Toomey fu informato e con le foto e i video riuscì ad identificare il suo Ducky Poo, quindi si congratulò e ringraziò Dino e Sara, avrebbe voluto recuperarlo e portarlo negli Stati Uniti ma morì poco tempo dopo a quasi novant'anni. Risaliti a bordo del gommone si ritorna al porto mentre Dino racconta qualche altro aneddoto, una volta ormeggiato scarichiamo tutto e lo ricarichiamo sulla vecchia Ape e quindi raggiungiamo il diving a piedi, mi tolgo la muta e smonto e lavo tutto, e una volta pagato, messo i timbri delle due immersioni sul Logbook, riposto tutto nel borsone e salutato Dino e Sara mi dirigo anche questo sabato al campeggio Bocca di Cecina e per fortuna arrivo poco prima delle due e posso entrare in macchina, dalle due alle quattro c'è il periodo di silenzio e le auto non possono circolare all'interno, ma sono le due meno cinque e mi fanno raggiungere la mia piazzola, la 303 come l'altra volta.

sabato 9 luglio 2022

Un relitto nel mare di Cecina

Un altra levataccia per andare ad esplorare un vecchio relitto nel mare della Toscana partendo dalla marina di Cecina, in provincia di Livorno. Sveglia alle 4:30 e alle 4:50 ho già caricato l'attrezzatura in macchina e parto, il viaggio va abbastanza bene e in tre ore sono davanti al diving, l'appuntamento era alle 8:30 ma alle 8:00 ci siamo già quasi tutti, mancano solo due persone che arrivano puntuali alle 8:30. Il diving è poco lontano dal porto, carichiamo le bombole su un ape e noi ci dirigiamo a piedi, scarichiamo le bombole e poi le ricarichiamo sul gommone, dopo circa dieci minuti di navigazione siamo sul sito e si butta l'ancora. Questa giornata di luglio è stupenda, non ci sono nuvole in cielo, il mare è una tavola blu, l'acqua sembra trasparente e mi sento un sorriso da Jocker stampato in faccia che non riesco a scacciar via. La motonave Melania era un piccolo cargo di quasi cinquecento tonnellate di stazza che trasportava merci e liquidi tra Livorno e le isole dell'arcipelago toscano, era lunga cinquantatré metri, larga poco meno di nove e poteva raggiungere una velocità di 9,5 nodi. Era stata costruita nel 1938 in Olanda con un motore diesel fabbricato in Germania e varata col nome MV Marali dalla compagnia Porn M di Londra, nel 1939 fu venduta ad un altra compagnia inglese di Liverpool che la ribattezzo MV Suffolk Coast, con questo nome dopo dodici anni passò ad una compagnia di Newcastle upon Tyne fino al 1963, quando venne venduta ad una società italiana, di Savona, che le cambiò nuovamente nome in MV Melania.
Il 9 febbraio 1970 il vento e le onde di un forte temporale spostarono il carico e la nave cominciò ad imbarcare acqua, lanciato sos, un rimorchiatore corse in soccorso e cercò di trainarla verso il porto di Livorno ma il mare agitato non lo permise allora cerco di portarla verso un basso fondale per farla arenare ma il cavo si spezzò e la nave senza controllo si inabissò quasi completamente ma una parte rimase fuori dall'acqua per diverso tempo creando un potenziale pericolo e disagi alla navigazione, successivamente per evitare questi problemi il relitto fu minato e fatto esplodere per affondarlo definitivamente. La MV Melania ora si trova su un fondale di dodici metri nella zona delle secche di Vada, diviso in tre tronconi, la prua poggiata sul fianco sinistro che arriva fino ai cinque metri e si vede benissimo dalla superficie, il pezzo centrale molto danneggiato ma in assetto di navigazione, che non so il perché mi ricorda lo scheletro di una balena, e la poppa, capovolta e inclinata leggermente sul lato sinistro dove ci si può affacciare e vedere i vari rottami che stanno all'interno, circondata da una selva di posidonia oceanica. L'acqua è limpidissima, e come già detto, il relitto si vede dalla superficie, l'immersione è molto piacevole, semplice e rilassante, la temperatura dell'acqua non scende oltre i 21 gradi e la muta umida è sufficiente per stare caldo. Ho come l'impressione che un pianoforte accompagni il mio respiro con musica classica mentre vago tra le lamiere e i vari pertugi ma sono troppo vicino alla superficie perché sia narcosi d'azoto, è solo suggestione.
Dopo quasi un ora riemergiamo e risaliamo sul gommone, ci dirigiamo al porto, scarichiamo le bombole dalla barca e le carichiamo sull'ape. Al diving smonto e lavo tutto, lascio sgocciolare poi, sistemata l'attrezzatura nel borsone, saluto i simpaticissimi proprietari del diving, padre e figlia, e mi dirigo al campeggio vicinissimo, sulla stessa strada, dove mi fermo per il pomeriggio e la notte. Parcheggiata la macchina e montata la tenda vado al ristorante del campeggio e mi mangio un ottimo primo di pesce e una frittura mista accompagnati con una bella icnusa non filtrata fresca. Sensazione di vacanza estiva, anche se è solo per un giorno, che lascia i problemi della quotidianità dietro le spalle e aggiungo un altro relitto sul mio log book, sul mio diario di bordo.

venerdì 13 maggio 2022

Museo Atlantico di Lanzarote


Una piccola vacanza di cinque giorni nella bellissima e vulcanica Lanzarote, l'isola più vicina al continente africano dell'arcipelago delle Canarie, in pieno Oceano Atlantico. Un isola incredibilmente affascinante, piena di vulcani, mari di lava solidificata, bellissime spiagge e tanti scorci meravigliosi. Una delle cose che mi hanno spinto a venire fin qui per una breve vacanza, oltre al basso prezzo del biglietto aereo della Ryanair, è l'opportunità di fare un immersione in un luogo molto suggestivo e particolare, ovvero il Museo Atlantico, opera dell'artista Jason DeCaires Taylor, famoso per le sue creazioni subacquee. L'immersione l'ho prenotata da casa, venerdì 13 alle 9:30 devo essere al Diving, quindi lascio l'ostello dove alloggio ad Arrecife, il capoluogo di Lanzarote, verso le 8:00, e con la macchinina presa a noleggio in aeroporto, anche quella prenotata da casa come pure l'ostello, mi dirigo verso Playa Blanca, una cittadina turistica più ad ovest, che raggiungo in circa quaranta minuti. Il diving è molto ben fatto e l'organizzazione eccellente, a pochi gradini da una piccola spiaggetta di ciottoli, vi lavorano anche due ragazzi ed una ragazza italiani, con uno di loro sbrigo tutte le formalità mentre l'altro mi prepara l'attrezzatura e mi fa un ottimo briefing dell'immersione, in solitaria visto che sono l'unico cliente italiano, dove spiega egregiamente il significato artistico del museo in modo che capisca a fondo ciò che l'artista intendeva esprimere con i vari gruppi di statue sommerse, ovvero il “viaggio” dell'essere umano, dalla nascita, alla morte, all'emigrazione, alla sconnessione di molti dalla realtà, a quanto sia piccolo l'uomo rispetto alla natura e che quasi inconsciamente ci stiamo avvicinando ad un punto di non ritorno, al fatto che i potenti che potrebbero far qualcosa per migliorare questo mondo in realtà giocano e peggiorano la situazione.

Dopo che l'istruttore inglese ha finito il briefing anche agli altri clienti, con tutta l'attrezzatura addosso e le pinne in mano, scendiamo nelle piccola spiaggetta dove a pochi metri di distanza ci aspetta il gommone, quindi entriamo in acqua, ci infiliamo le pinne e lo raggiungiamo, salpata l'ancora, in una decina di minuti raggiungiamo il gavitello dove ci ormeggiamo, e uno alla volta, con la capriola all'indietro, entriamo in acqua. In totale siamo otto subacquei più o meno esperti e a parte all'inizio che qualcuno ha qualche problema a scendere, l'immersione scorre tranquilla e entusiasmante tra le statue che hanno i volti, ricavati con degli stampi, delle persone residenti a Lanzarote. L'artista ha vissuto più di due anni sull'isola per studiare e completare il progetto e le persone del posto hanno imparato ad apprezzarlo e considerarlo uno di loro.

Il museo è stato inaugurato nel 2017. L'acqua è blu ed è molto pulita anche se la ragazza italiana mi dice che solitamente la visibilità è di gran lunga migliore e in effetti si nota parecchia sospensione, non so a cosa sia dovuta e non indago, forse mal tempo i giorni precedenti, anche la vita subacquea è interessante, belle cernie, pesci pappagallo, scorfani, ai soliti piccoli pesci che ci sono anche in mediterraneo si aggiungono altri pesci tipici dell'oceano come ad esempio le anguille da giardino (su internet ho trovato che si chiamano così ma non so se è solo la traduzione di garden eel), strani pesci serpentiformi che sbucano dalla sabbia e sembrano delle piante ma se ti avvicini si rintanano velocemente. In circa cinquanta minuti completiamo il percorso e risaliamo in superficie dove ci attende il gommone, ci togliamo le pinne e saliamo a bordo con tutta l'attrezzatura. Prima di arrivare alla spiaggetta davanti al diving ci fermiamo pochi minuti al porto dove il barcaiolo, che era il ragazzo italiano che mi ha aiutato a sbrigare le formalità, scende e prende il comando l'istruttore inglese che ci ha anche fatto da guida subacquea.

Una volta davanti al Diving ci infiliamo le pinne e ci buttiamo in acqua per raggiungere la spiaggia. Sciacquo l'attrezzatura, mi faccio una doccia, metto a posto le mie cose e dopo salutato mi avvio alla macchina per andare a cercare un posto davanti al mare per pranzare.

Il Relitto del Telamon - Lanzarote

Dopo l'emozionante immersione al “Museo Atlantico de Lanzarote” e dopo aver pranzato sul lungomare di Playa Blanca ed essermi steso sull'asciugamano nella bellissima spiaggia, mi metto in macchina e mi inoltro nella zona della Geria, peculiare luogo di vigneti e cantine dove le viti sono piantate singolarmente in dei buchi nella nera sabbia vulcanica e protette dal vento da muretti a secco semicircolari, poi mi trovo sopra il riarso paesaggio delle saline di Janubio, le più estese delle isole Canarie, e sulla nerissima spiaggia che hanno di fronte ma prima di rientrare in ostello ho in testa un'altra tappa che mi gira in testa da casa. 

In una piccola caletta a est di Arrecife emerge dal mare il relitto abbandonato della nave da carico Telamon, chiamato anche “el barco fantasma” La nave fu costruita nel 1953 a Dundee, in Scozia e varata l'anno successivo col nome di Temple Hall, nome che si legge ancora chiaramente sulla poppa, per la Temple Steam Ship Company del porto di Londra. Nel 1969 venne venduta ad una compagnia Greca e ribattezzata Pantelis, dopo altri cambi di proprietà, nel 1977, per un altra compagnia Greca, cambiò nuovamente nome in Telamon. La nave era lunga circa 140 metri, larga circa 18 e con un pescaggio di 9 e una stazza di 8000 tonnellate. Fuori dall'acqua emerge in quasi tutta la sua altezza, merito anche della bassa marea di oggi, la metà nave poppiera con la grande pala del timone totalmente in vista e l'elica assente, durante una mareggiata, non so quando, la nave si è divisa in due e la metà della prua è sprofondata completamente. 

Fino a qualche anno fa i turisti e non solo, salivano a bordo per curiosare e tuffarsi dalle sue strutture, all'interno, una delle stive a cielo aperto si è trasformata in una grande piscina. Adesso il relitto è molto degradato e pericolante quindi le autorità per evitare eventuali incidenti hanno deciso di vietarne l'avvicinamento, in acqua lo hanno circondato con delle reti e delle boe rosse e vi hanno attaccato dei cartelli come quello che c'è anche sulla spiaggia, che avvisano che è proibito avvicinarsi e salire. La nave era partita dalla Costa d'Avorio, uno stato africano nel golfo della Guinea, con un carico di legni pregiati con destinazione la città portuale greca di Salonicco ma mentre attraversava il canale di Bocaina, tra l'isola di Fuerteventura e Lanzarote, si imbatté in una forte tempesta tropicale che, complice la scarsa manutenzione della nave, le fece imbarcare acqua. Il capitano chiede aiuto al porto di Arrecife, Lanzarote, ma le autorità portuali, valutate le pessime condizioni della Telamon, invece di farla entrare in porto, dove potrebbe affondare e bloccare le attività portuali, la fanno rimorchiare con un peschereccio in una zona relativamente riparata ma si incaglia nel basso fondale dove si trova ancora oggi. Era il 31 ottobre 1981 e tutti i membri dell'equipaggio furono tratti in salvo. 

Due giorni dopo il naufragio arriva a Lanzarote il proprietario della nave per verificarne i danni, non so cosa decise e come le cose siano andate ma sta di fatto che la Telamon e i suoi legni pregiati, scaricati e accatastati a terra, non furono mai recuperati, però arrivò una squadra specializzata per contenere eventuali perdite e recuperare il carburante evitando un ennesimo disastro ambientale. Sto li a fotografare e ad ammirare il relitto e godermi il mare seduto sulla sabbia per un oretta poi, dopo il tramonto, me ne ritorno in ostello. Non entro in acqua, ormai la caletta è completamente all'ombra e poi in spiaggia c'è gente e non voglio lasciare le mie cose incustodite ma adesso che scrivo queste poche righe mi dispiace non essermi almeno avvicinato alla rete.

domenica 5 dicembre 2021

Reportage dell'immersione al Nemo's Garden

Sul numero 73 di novembre di "Giroinfoto Magazine" da pagina 126 a pagina 137 c'è il mio racconto e le mie foto dell'immersione che ho fatto a fine giugno al Nemo's Garden a Noli, in Liguria.

domenica 8 agosto 2021

I segreti del lago

Nella rivista Sub Underwater Magazine n° 407 di Agosto/Settembre ci sono le foto e il racconto della mia visita di qualche tempo fa ai mulini sommersi di Capo d'Acqua, in Abruzzo


giovedì 1 luglio 2021

Reportage Vomv Gaz

Il racconto e le foto della visita al relitto della Vomv Gaz sono diventati un articolo sul numero 68 di Giugno di Giroinfoto Magazine








 

lunedì 28 giugno 2021

Immersione all'orto di Nemo

Il cielo è limpido in questa giornata di fine giugno, il mare calmissimo e il sole si riflette come in uno specchio, vado a far colazione al bar del campeggio dove ho passato la notte, caffè e cornetto al cioccolato. Sono a Savona a poche centinaia di metri dal ponte che la divide da Vado Ligure. Mi faccio una doccia, sistemo le mie cose, chiudo la tenda e poi con la macchina mi dirigo verso Noli, una quindicina di chilometri a ponente, dove ho appuntamento per un'immersione al Nemo's Garden alle 14, è presto ma voglio fare un giro per vedere un po' la costa e Capo Noli, percorrere per un po' l'Aurelia che si snoda tre le falesie a picco sul mare, in uno scenario aspro ma molto suggestivo e scenografico, e voglio anche vedere dove si trova il diving center per cercare un parcheggio il più vicino possibile.
La mattinata è davvero fantastica e nonostante sia lunedì, molte persone sono già in spiaggia. Una volta parcheggiato me ne vado in un chiosco con vista mare e faccio merenda con due pezzi di focaccia e una coca cola in completo relax, vado a fare un giro per il centro storico di Noli, un antico importante centro marinaro, dal 1192 per circa cinquecento anni la capitale della repubblica omonima, legata alla repubblica di Genova. Si avvicina l'ora dell'appuntamento, prendo il borsone dal baule della macchina e mi dirigo verso il diving che si trova all'interno del complesso dell'hotel Capo Noli, a pochi passi dall'acqua del mare. Arrivo un po' in anticipo ma trovo già la guida che mi accompagnerà nell'immersione.
Facciamo due chiacchiere, firmo qualche scartoffia, mi da una bombola, preparo l'attrezzatura. Una volta pronti ed indossata l'attrezzatura facciamo i pochi passi verso l'acqua con le pinne in mano, quando l'acqua mi arriva più o meno all'altezza dello stomaco ci infiliamo anche le pinne e comincia l'immersione. Non ci dirigiamo subito verso il Nemo's Garden (o orto di Nemo) ma più in profondità, per ammirare una gorgonia solitaria in mezzo alla sabbia e risalendo, alcuni bassi scogli che affiorano dalla sabbia. Potrebbero essere anche cose interessanti ma io fremo per vedere ciò per cui sono venuto fino a qui.
All'improvviso, mentre risaliamo seguendo la pendenza del fondo e la profondità piano piano diminuisce, si cominciano ad intravvedere le sagome delle cupole trasparenti ancorate al suolo con delle grandi catene e quello che sembra lo scheletro di un albero, l'impressione è quella di trovarmi al cospetto di una città futuristica di un qualche lontano pianeta o una fantomatica città sommersa venuta fuori da un racconto di fantascienza. Mentre ci avviciniamo l'emozione aumenta, il colpo d'occhio è impressionante.
L'orto di Nemo è un progetto sperimentale molto interessante e molto suggestivo, in poche parole si tratta di una serra per coltivazioni idroponiche, ovvero senza l'uso della terra, sotto la superficie del mare, composta da sette biosfere ancorate su un fondale tra i sette e nove metri, monitorate con sofisticate attrezzature da una sala controllo fuori dall'acqua che osserva temperature, umidità, ossigeno, anidride carbonica e altri fattori importanti per le piccole coltivazioni.
Le biosfere sono delle mezze sfere di robusto plexiglas trasparente di circa due metri di diametro e una capienza di duemila litri d'aria, fissate al suolo con delle grosse catene, vuotate dall'acqua dove, con diversi sistemi di supporto, si coltivano diversi tipi di piante, hanno cominciato con il basilico, la coltura più tipica della Liguria e ingrediente essenziale per il pesto, per poi coltivare fragole, lattuga, erbe aromatiche ed altre piante. La bassa profondità e la trasparenza delle biosfere garantiscono che i raggi del sole portino la luce sufficiente per la fotosintesi clorofilliana. La temperatura quasi stabile dell'acqua durante il giorno e l'escursione termica che si verifica all'interno tra la notte e il giorno, fanno si che l'acqua di mare all'interno, sul fondo della biosfera, evapori e si condensi sulla superficie interna della semisfera che scivolando si incanala e si raccoglie per poi, con l'aggiunta dei giusti nutrienti, va ad alimentare le piante che sviluppandosi in un ambiente tanto particolare, praticamente chiuso, crescono sane e velocemente senza l'ausilio di pesticidi o insetticidi.
L'idea geniale comincia a prendere forma nell'estate del 2012 con una piccolissima biosfera dove venne piantato del basilico e anno dopo anno le biosfere si ingrandirono e aumentarono fino alle odierne sette, grazie ai continui ed esaltanti successi. Il progetto è anche quasi del tutto eco sostenibile, gli impianti di controllo e monitoraggio sono alimentati da dei pannelli solari posti vicino alla spiaggia antistante.
Le sette biosfere, con l'albero in metallo, che riprende la forma dell'albero della vita dell'expo di Milano 2015, formano un'oasi nel fondale sabbioso dove brulica la vita marina e mentre flutuo e nuoto tra le strutture, mentre ammiro e scruto dentro le diverse biosfere, sono circondato da tantissimi pesci di diverse forme e colori e riesco anche a vedere due bellissimi cavallucci marini. Nella bombola ho ancora più della metà dell'aria ma dopo poco più di un ora arriva il momento di risalire ed uscire dall'acqua, nonostante l'immersione in pochi metri d'acqua, il tempo è volato e l'avventura è stata molto gratificante ed entusiasmante.
Avevo in programma solo l'immersione al Nemo's Garden ma il diving riesce ad organizzarmi un altra immersione, sempre da riva, dal lato opposto di quella precedente, tra gli scogli e il sabbione, quindi dopo una pausa al bar e qualche chiacchiera indosso di nuovo la muta e l'attrezzatura e sempre con le pinne in mano raggiungiamo la spiaggetta da dove inizia l'immersione. Il mare e la visibilità sono sempre ottimi e anche quest'immersione si rivela facile e molto interessante, anche questa a scarsa profondità e quindi abbastanza lunga, poco più di un ora.
Finita l'immersione mi dicono che il giorno seguente col gommone si va a fare un immersione nei fondali dell'isola Gallinara e decido di unirmi a loro, lavo la mia attrezzatura e la metto a sgocciolare per poi lasciarla li. Vado al bar a bere una birra poi con calma rientro al campeggio veramente soddisfatto della giornata.

martedì 25 maggio 2021

Relitti della Seconda Guerra Mondiale

La mostra fotografica "I relitti della seconda guerra mondiale" esposta a La Gargotta del Popol Giost, un osteria in centro a Reggio Emilia, con qualche foto e racconto in più, è diventata anche un articolo sulla rivista "Giroinfoto Magazine" numero 67 di Maggio da pagina 66 a pagina 78

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