_____www.gigipeis.blogspot.com______

_____www.gigipeis.blogspot.com______

lunedì 28 giugno 2021

Immersione all'orto di Nemo

Il cielo è limpido in questa giornata di fine giugno, il mare calmissimo e il sole si riflette come in uno specchio, vado a far colazione al bar del campeggio dove ho passato la notte, caffè e cornetto al cioccolato. Sono a Savona a poche centinaia di metri dal ponte che la divide da Vado Ligure. Mi faccio una doccia, sistemo le mie cose, chiudo la tenda e poi con la macchina mi dirigo verso Noli, una quindicina di chilometri a ponente, dove ho appuntamento per un'immersione al Nemo's Garden alle 14, è presto ma voglio fare un giro per vedere un po' la costa e Capo Noli, percorrere per un po' l'Aurelia che si snoda tre le falesie a picco sul mare, in uno scenario aspro ma molto suggestivo e scenografico, e voglio anche vedere dove si trova il diving center per cercare un parcheggio il più vicino possibile.
La mattinata è davvero fantastica e nonostante sia lunedì, molte persone sono già in spiaggia. Una volta parcheggiato me ne vado in un chiosco con vista mare e faccio merenda con due pezzi di focaccia e una coca cola in completo relax, vado a fare un giro per il centro storico di Noli, un antico importante centro marinaro, dal 1192 per circa cinquecento anni la capitale della repubblica omonima, legata alla repubblica di Genova. Si avvicina l'ora dell'appuntamento, prendo il borsone dal baule della macchina e mi dirigo verso il diving che si trova all'interno del complesso dell'hotel Capo Noli, a pochi passi dall'acqua del mare. Arrivo un po' in anticipo ma trovo già la guida che mi accompagnerà nell'immersione.
Facciamo due chiacchiere, firmo qualche scartoffia, mi da una bombola, preparo l'attrezzatura. Una volta pronti ed indossata l'attrezzatura facciamo i pochi passi verso l'acqua con le pinne in mano, quando l'acqua mi arriva più o meno all'altezza dello stomaco ci infiliamo anche le pinne e comincia l'immersione. Non ci dirigiamo subito verso il Nemo's Garden (o orto di Nemo) ma più in profondità, per ammirare una gorgonia solitaria in mezzo alla sabbia e risalendo, alcuni bassi scogli che affiorano dalla sabbia. Potrebbero essere anche cose interessanti ma io fremo per vedere ciò per cui sono venuto fino a qui.
All'improvviso, mentre risaliamo seguendo la pendenza del fondo e la profondità piano piano diminuisce, si cominciano ad intravvedere le sagome delle cupole trasparenti ancorate al suolo con delle grandi catene e quello che sembra lo scheletro di un albero, l'impressione è quella di trovarmi al cospetto di una città futuristica di un qualche lontano pianeta o una fantomatica città sommersa venuta fuori da un racconto di fantascienza. Mentre ci avviciniamo l'emozione aumenta, il colpo d'occhio è impressionante.
L'orto di Nemo è un progetto sperimentale molto interessante e molto suggestivo, in poche parole si tratta di una serra per coltivazioni idroponiche, ovvero senza l'uso della terra, sotto la superficie del mare, composta da sette biosfere ancorate su un fondale tra i sette e nove metri, monitorate con sofisticate attrezzature da una sala controllo fuori dall'acqua che osserva temperature, umidità, ossigeno, anidride carbonica e altri fattori importanti per le piccole coltivazioni.
Le biosfere sono delle mezze sfere di robusto plexiglas trasparente di circa due metri di diametro e una capienza di duemila litri d'aria, fissate al suolo con delle grosse catene, vuotate dall'acqua dove, con diversi sistemi di supporto, si coltivano diversi tipi di piante, hanno cominciato con il basilico, la coltura più tipica della Liguria e ingrediente essenziale per il pesto, per poi coltivare fragole, lattuga, erbe aromatiche ed altre piante. La bassa profondità e la trasparenza delle biosfere garantiscono che i raggi del sole portino la luce sufficiente per la fotosintesi clorofilliana. La temperatura quasi stabile dell'acqua durante il giorno e l'escursione termica che si verifica all'interno tra la notte e il giorno, fanno si che l'acqua di mare all'interno, sul fondo della biosfera, evapori e si condensi sulla superficie interna della semisfera che scivolando si incanala e si raccoglie per poi, con l'aggiunta dei giusti nutrienti, va ad alimentare le piante che sviluppandosi in un ambiente tanto particolare, praticamente chiuso, crescono sane e velocemente senza l'ausilio di pesticidi o insetticidi.
L'idea geniale comincia a prendere forma nell'estate del 2012 con una piccolissima biosfera dove venne piantato del basilico e anno dopo anno le biosfere si ingrandirono e aumentarono fino alle odierne sette, grazie ai continui ed esaltanti successi. Il progetto è anche quasi del tutto eco sostenibile, gli impianti di controllo e monitoraggio sono alimentati da dei pannelli solari posti vicino alla spiaggia antistante.
Le sette biosfere, con l'albero in metallo, che riprende la forma dell'albero della vita dell'expo di Milano 2015, formano un'oasi nel fondale sabbioso dove brulica la vita marina e mentre flutuo e nuoto tra le strutture, mentre ammiro e scruto dentro le diverse biosfere, sono circondato da tantissimi pesci di diverse forme e colori e riesco anche a vedere due bellissimi cavallucci marini. Nella bombola ho ancora più della metà dell'aria ma dopo poco più di un ora arriva il momento di risalire ed uscire dall'acqua, nonostante l'immersione in pochi metri d'acqua, il tempo è volato e l'avventura è stata molto gratificante ed entusiasmante.
Avevo in programma solo l'immersione al Nemo's Garden ma il diving riesce ad organizzarmi un altra immersione, sempre da riva, dal lato opposto di quella precedente, tra gli scogli e il sabbione, quindi dopo una pausa al bar e qualche chiacchiera indosso di nuovo la muta e l'attrezzatura e sempre con le pinne in mano raggiungiamo la spiaggetta da dove inizia l'immersione. Il mare e la visibilità sono sempre ottimi e anche quest'immersione si rivela facile e molto interessante, anche questa a scarsa profondità e quindi abbastanza lunga, poco più di un ora.
Finita l'immersione mi dicono che il giorno seguente col gommone si va a fare un immersione nei fondali dell'isola Gallinara e decido di unirmi a loro, lavo la mia attrezzatura e la metto a sgocciolare per poi lasciarla li. Vado al bar a bere una birra poi con calma rientro al campeggio veramente soddisfatto della giornata.

martedì 25 maggio 2021

Relitti della Seconda Guerra Mondiale

La mostra fotografica "I relitti della seconda guerra mondiale" esposta a La Gargotta del Popol Giost, un osteria in centro a Reggio Emilia, con qualche foto e racconto in più, è diventata anche un articolo sulla rivista "Giroinfoto Magazine" numero 67 di Maggio da pagina 66 a pagina 78

mercoledì 5 maggio 2021

Il relitto della Vomv Gaz

Al porto di Ravenna, in una zona che sembra dimenticata da tutti tranne che dai gabbiani, in fondo alla zona industriale della “Pialassa” all'imbocco del canale Piomboni, c'è quello che sembra a tutti gli effetti un cimitero di navi, col cielo un po' nuvoloso e a tratti plumbeo e un vento fortissimo che alza sabbia e polvere, l'atmosfera è molto tetra.
Parcheggiamo la macchina nel parcheggio dell'ultima ditta prima che la strada finisca in un cancello da cantiere spalancato, poi ci inoltriamo a piedi, sulla sinistra tanti rimorchi di camion uno dietro l'altro, sulla destra un campo con una distesa di gabbiani con nidi, uova e pulcini, appena ci notano, molti si alzano in volo e cominciano a stridere sempre più forte. La stradina arriva ad una specie di collinetta che sembra artificiale con un piccolo canale con acqua disgustosa che ci interrompe l'avanzamento, quindi proseguiamo paralleli al canale e alla collinetta entrando nel campo a destra, dove finisce la recinzione, strapieno di gabbiani, anche quelli che rimangono a terra ci urlano contro e quelli in volo si avvicinano paurosamente, scendendo in picchiata per poi risalire rapidamente, mi ricorda vagamente il film “Gli Uccelli” di Alfred Hitchcock, per terra tanti nidi con uova e mamme coi pulcini, in aria probabilmente i maschi che vogliono spaventarci e mandarci via. Arrivati al mare, il piccolo canale è prosciugato e possiamo attraversare, oltre la collina, si vede l'inquietante paesaggio, una prima nave, la Orenburggaz Prom, semi affondata, appoggiata al fondo e piegata sulla sinistra, dietro di noi, dove finisce la banchina in cemento, probabilmente della ditta del parcheggio, fuori dall'acqua si notano i resti affioranti della poppa di un altra grande nave, continuando davanti a noi la Vomv Gaz, ormeggiata con delle gomene a dei corpi morti e le catene delle ancore non in tiro con le ancore insabbiate, appoggiata al basso fondo e praticamente attaccata a terra e facilmente raggiungibile, subito dopo quello che rimane di una piccola nave tutta arrugginita, forse una piccola chiatta o un rimorchiatore, qualche rottame e dei vecchi pneumatici ricoperti di alghe, in fondo, più lontano, un altra grande nave, la V. Nikolaev. La Vomv Gaz è una delle tre navi, insieme alla Orenburggaz Prom e alla V. Nikolaev, della flotta di grosse navi cargo russo-ucraine portanti bandiera maltese riconducibili ad un unico armatore che facevano la spola tra la Croazia e Ravenna con ghiaia e materiale per l'edilizia, nel 2006 furono abbandonate nella banchina del porto di Ravenna per alcune controversie legali e poi nel 2009 spostate in una zona dove non danno fastidio al traffico portuale, in attesa di essere vendute o demolite. Dalla fiancata della Vomv Gaz cala una vecchia e malmessa scala a pioli di corda legata ad una bitta, per arrivarci un cumulo di rottami di cemento, legno, ferro e vecchi pneumatici fanno da ponte sul pavimento fangoso e pozzanghere. La scaletta è molto insicura e pericolante ma salire si rivela più semplice di quello che sembra. Una volta a bordo basta scavalcare la battagliola arrugginita e ci troviamo davanti a due porte
stagne spalancate, quella a sinistra si apre su un ambiente pieno di bombole di CO2 in fila sui due lati, collegate a piccole tubazioni, la porta frontale entra nella pancia della nave, dove si trovano la cucina, la mensa, la sala ricreativa e le cabine dei marinai. Ormai la decadenza fa da padrona, tutto è arrugginito, vandalizzato, piccioni e colombi ne hanno fatto casa loro e gli escrementi sono dappertutto, si trovano anche tante uova, molti vetri e oblò sono rotti, i materassi e i mobili economici ormai sono marci, dei libri rovinati e quasi illeggibili, con caratteri in cirillico, un tavolo da bigliardo senza piedi e ammuffito giace ancora nella sala relax insieme a divanetti e poltrone marcescenti. Un grosso quadro elettrico in uno stanzone alto almeno due piani, con delle ringhiere e aperto in centro con diversi strumenti e altri quadri elettrici, scale che scendono alla sala macchine che è ormai allagata. Si esce a poppa, un argano e diverse bitte color ruggine e due relitti fanno inquietante figura sullo sfondo.
Saliamo i vari piani del castello di poppa fino ad arrivare al ponte di comando, vandalizzato, col pavimento in legno ormai marcio e sfondato in alcuni punti. Gli strumenti e i telegrafi di bordo sono stati rotti, una poltrona e dei computer, un libro aperto mangiucchiato dai topi, uno dei tanti telefoni a cornetta, la sala radio con qualche strumento vandalizzato, delle scale portano al piano di sotto, con altre cabine, probabilmente quella del capitano, che ha il bagno, il televisore e qualche vaso con i resti di piantine secche, continuiamo ad andare su e giù per i vari piani, corridoi bui e pieni di escrementi di uccelli e piume, altri telefoni in altre cabine e nei corridoi. Sgabuzzini con dei ricambi elettrici o idraulici. Passiamo all'esterno, seguendo la battagliola arriviamo alla grande coperta di carico, sembra un campo da calcio in metallo, con il castello di poppa che si staglia alto verso il cielo come un palazzo di periferia, arriviamo a prua, per salirci un corridoio buio e delle scale ormai sfondate dalla ruggine, i grandi argani salpa ancora, bitte, grossi rotoli di gomene, una grossa ancora di rispetto, un pulcino di gabbiano impaurito tra due lamiere. Scendiamo sotto la prua, alcuni ambienti completamente bui, forse un officina e scaffali con ricambi e altre gomene.
Anche scendere dalla nave con la scaletta di corda si rivela più semplice di quello che sembrava guardando la discesa dalla battagliola. Una volta a terra vado dietro il relitto per ammirare la poppa da terra, si notano le pale dei timoni e le eliche fuori dall'acqua. Il rientro all'auto è più impressionante che raggiungere le navi, il vento è più forte e continua ad alzare polvere e sabbia, i gabbiani sono molto più aggressivi, si avvicinano pericolosamente, stridono forte, ci girano intorno a pochi metri di distanza, salgono e scendono in picchiata virando vicinissimi lanciando escrementi. Finalmente arriviamo alla macchina e andiamo a Marina di Ravenna a pranzare con una piadina romagnola e bere una birra.
La nave è lunga centonove metri e larga sedici, su internet trovo che è stata varata nel 1995 in Ucraina, anche se altri siti dicono che le tre navi “russe”, sono della metà degli anni ottanta.

domenica 22 novembre 2020

Il paese fantasma di Craco

Sul numero 61 di Giroinfoto magazine di novembre un altro mio articolo fotografico sul paese fantasma di Craco, visitato quest'estate.














La stretta strada comunale è tutta in salita, solitaria, dissestata quanto basta, piena di crepe e buche, comunque asfaltata, circondata da vegetazione incolta dai colori di fine estate, brulle collinette di argilla e, in lontananza, dei grigi calanchi, curve, contro curve e tornanti, pochi resti di qualche rudere, le alte mura di un cimitero, dei vecchi ulivi che qualcuno cura. All'improvviso, eccolo, come la punta di una lancia, sulla cima del colle che sembra il più alto, dritto, davanti alla strada, freno e mi fermo, lo ammiro emozionato nonostante sia un immagine che ho visto e rivisto decine di volte in questi giorni mentre programmavo questa visita. Mancano ancora alcuni chilometri ma lo spettacolo è quello, i buchi neri che hanno fatto posto alle vecchie porte e finestre sembrano tanti occhi che guardano incuriositi con aria ostile. Mi riprendo, riparto e dopo qualche metro accosto in uno spiazzo dove posso lasciare la macchina e scendere per fare qualche foto, l'angolazione è quella, su internet si possono trovare decine di foto scattate da li, nonostante non sia un classico luogo turistico, ha un forte magnetismo che attira tanta gente. Craco, il paese fantasma. Proseguo. Sulla sinistra della strada c'è il vecchio convento di San Pietro dei frati minori, una struttura costruita a partire dal 1620, la porta di accesso al paese che dopo anni di abbandono, ristrutturato e messo in sicurezza, ora ospita il “Museo Emozionale di Craco” che con alcuni filmati, didascalie e foto d'epoca, ripercorre la storia di questi luoghi. Da qualche anno il paese è diventato un Parco Museale Scenografico, una specie di museo all'aperto, e si visita il centro storico con un biglietto e accompagnati lungo un percorso messo in sicurezza, purtroppo la notte tra il 21 e 22 agosto hanno incendiato un tunnel del percorso di visita e non essendoci le condizioni di tutela della pubblica incolumità tutte le visite al Centro Storico sono sospese fino a data da destinarsi, lo sapevo, letto sul sito del Parco Museale Scenografico, ma ormai nella mia testa c'era già la visita e non sono riuscito a rinunciarvi nonostante una delle mie passioni è fotografare edifici abbandonati e ruderi ma mi consolo pensando che le foto più interessanti sono fatte al paese visto nel complesso ed in lontananza. Ciò che ha reso Craco un paese fantasma, un attrattiva insolitamente turistica ed un set cinematografico per diversi film, è stato una serie di eventi calamitosi solo in parte dovuti all'incuria e al comportamento umano, una disastrosa frana nel 1963 ha costretto la maggior parte della popolazione ad abbandonare le proprie case, poi nel 1972 un alluvione peggiorò la situazione con altri smottamenti e dopo il terremoto del 1980 tutto il paese venne completamente evacuato. Gli abitanti negli anni sessanta erano circa duemila e si trasferirono prima in una baraccopoli ai piedi del colle e poi nel nuovo paese di Craco Peschiera costruito più a valle. La struttura del borgo antico sembra che risalga al periodo compreso tra il 1154 e il 1168 ma le prime testimonianze relative al nome “Graculum” sono del 1060 forse un insediamento di monaci italo-bizzantini che iniziarono a sviluppare l'agricoltura nella zona il secolo precedente. Durante il medioevo il borgo era un importante centro strategico militare e sede universitaria. Il piccolo paese Lucano non fu nemmeno estraneo al fenomeno del brigantaggio nel corso del decennio napoleonico e delle rivolte post-unitarie. Dalle terrazze panoramiche del convento, toccando le antiche pietre, aspettando come se mi dovessero raccontare una storia, scatto alcune foto, ancora emozionato dalla vista dei ruderi rimasti arroccati sotto la torre normanna che sovrasta tutto. Mi incammino seguendo la strada asfaltata che costeggia la rete messa intorno al paese per evitare di entrare e dopo pochi passi mi si presenta un asino che si avvicina, un bellissimo soggetto da fotografare con lo sfondo della gost town, mi guarda, si gira verso le vuote finestre come se qualcuno lo avesse chiamato, mi riguarda, si mette a brucare. Proseguo e arrivo al cancello, è chiuso e c'è un ragazzo con pettorina e cartellino che sembra fare da guardia, provo a chiedergli se posso entrare, la risposta, anche se con un sorriso, è categorica: non si può. Continuo e seguo la strada a destra che va dietro il paese in salita, fino ad arrivare sotto la torre ed arrivo alla fine, tutto recintato, non si può andare avanti, seguo la rete per un po' in mezzo alle erbacce per ammirare un po' più da vicino alcune grotte, non so se scavate dall'uomo o dall'acqua e il tempo. Torno indietro e costeggio di nuovo il paese dal basso, prendo la strada che va in discesa poi un sentiero che sale fino al paese, in mezzo a dei campi e una ripida salita franosa che salgo con l'aiuto delle mani ed arrivo all'inizio delle rovine, qui non ci sono reti ma si capisce che non ci si può inoltrare, per terra tante macerie e detriti, i ruderi sono a pochi passi, ci penso un po' su ma decido di tornare indietro e appena mi giro sento un forte belato, mi rigiro e noto che poco lontano ci sono delle capre arrampicate sul terreno franato sotto la torre che mi guardano, rimango a guardarle per qualche secondo e cerco di capire se mi stanno invitando o mandando via, un altro belato e un incornata al cielo mi bastano per capire che non sono il ben venuto. Una volta arrivato sulla strada asfaltata mi metto nuovamente ad ammirare il paese incastonato nel bellissimo paesaggio che lo circonda e mi fermo a fissare quei buchi scuri che una volta avevano le imposte, aspettando una bambina vestita di bianco che si affaccia e mi saluta con la mano, come in un film horror, ma non succede, risalgo in macchina e me ne vado, fermandomi poco più avanti per un ultimo sguardo, e un saluto, dallo specchietto retrovisore. Visitato Craco il 3 settembre 2020 Scritto il 11 Ottobre 2020

venerdì 9 ottobre 2020

Ex base Nato di Monte Giogo

Escursione in giornata alle parabole dell'ex base NATO, abbandonata, "Livorno" di Monte Giogo, nel Parco Nazionale dell'Appenino Tosco Emiliano, a poco più di due ore di macchina da casa. 1520 metri sul livello del mare.

Questa base era una stazione strategica per le radiocomunicazioni nell'ambito NATO che si collegava con i vari centri di comando e decisionali posti sui confini est dell'Alleanza Atlantica. Fu progettata nel 1956 ed entrò in funzione nel 1960 ed è rimasta attiva fino alla fine degli anni novanta. Molto suggestive le enormi quattro parabole che sorgono sulla cima del monte.









 

mercoledì 2 settembre 2020

Immersione sul bombardiere Junker 88

 Posso senz'altro affermare che sia stata la curiosità di vedere questo aereo sommerso della seconda guerra mondiale che mi ha fatto arrivare in Salento in un viaggio improvvisato, merito di alcune foto su internet che mi sono capitate davanti e di un articolo di qualche anno fa sulla rivista Sub Underwater Magazine che me lo ha fatto inserire nell'elenco virtuale delle immersioni da fare prima o poi. L'idea era di stare in campeggio a Rivabella, qualche chilometro a nord di Gallipoli, tre o quattro giorni ma ho trovato un vento da sud che per qualche giorno non ha permesso di fare l'immersione comunque non voglio andar via senza averlo visto. Prima immersione sul Junker 88 il mercoledì, con un diving di Santa Caterina di Nardò, ovvero il mio sesto giorno in Puglia.

Con questo diving ho già fatto un immersione due giorni prima sul relitto del Neuralia, un relitto che ha fatto la prima e la seconda guerra mondiale di cui rimangono solo tanti rottami e lamiere sparse nel mare davanti a Porto Cesareo, quindi arrivo con un po' di anticipo e so già come muovermi. In pochi minuti di navigazione, col gommone, arriviamo sul punto gps, il relitto non è pedagnato quindi lanciano un pedagno “volante” solo che c'è un po' di corrente e al primo tentativo ci spostiamo troppo e quindi ci si riprova, la seconda volta va meglio. Quando siamo tutti pronti e in acqua, appena la guida ci da il via, io scendo veloce per provare a fare qualche foto senza troppa gente in mezzo, giù ci sono già un fotografo e la sua modella che avevano chiesto di poter immergersi prima di noi proprio per non avere gente in mezzo alle foto.


Comunque la corrente stava spostando il pedagno, il peso sulla sabbia non era abbastanza pesante da contrastarla e si è messo ad “arare” e quando arrivo sul fondo, a 35 metri, non vedo il relitto, non voglio aspettare tutto il gruppo e quindi nuoto contro corrente fino a che non si intravede, arrivo da dietro e vedo i due che fanno foto, mi alzo di qualche metro, volando sopra l'aereo e il colpo d'occhio è veramente emozionante, faccio in tempo a scattare solo qualche foto e poi arriva tutto il gruppo e siamo veramente tanti per questo sito, che è relativamente piccolo, l'apertura alare è di circa venti metri e la fusoliera sarà al massimo una quindicina di metri, sulla sabbia, intorno non c'è altro se non, diversi metri dietro l'ala destra, i resti della coda che si è staccata dalla carlinga, con disegnata una svastica, per alcuni ancora riconoscibile, ma non per me, che faccio veramente fatica ad identificarla tra le alghe che coprono questo pezzo di lamiera, e il ruotino del carrello. La copertura trasparente che chiudeva l'abitacolo non c'è e si vede bene il seggiolino del pilota e quel che resta delle apparecchiature di comando, il tutto ricoperto da incrostazioni e spugne, i due motori sono per metà insabbiati, non ci sono le eliche e anche qui le spugne la fanno da padrone, le ali sono impressionanti e davanti a quella sinistra c'è ancora il fanalino colorato dove la guida mette all'interno la torcia per farci capire che cos'è.


L'articolo su Sub Underwater Magazine di marzo 2017 dice che è stato “scoperto” nel 2009 dal diving con cui faccio l'immersione, gli anziani del posto raccontavano di un aereo caduto in quelle acque ma molti pensavano fosse ormai una leggenda visto che non ci sono documenti che affermino la perdita dell'aereo, ho visto anche un video su youtube dove il proprietario di un altro diving dice di averlo trovato negli anni novanta ma non avendo il gps, in seguito, non è più riuscito a trovarlo. Non si sa né quando è affondato, né il perché, come ho già detto non ci sono documenti o notizie a riguardo ma solo le testimonianze sbiadite dei vecchi abitanti della zona. Si pensa che forse sia ammarato, il fatto che la coda sia staccata e che sia in assetto di volo sembra confermare l'ipotesi, e non essendoci tracce di buchi da proiettili visibili fa pensare ad un guasto tecnico. Non sono stati trovati resti umani tanto meno nessuna targhetta di riconoscimento, né bombe o armi, o ne era sprovvisto e quindi non impegnato in un azione di guerra, o sono state rubate da qualcuno che lo ha trovato in passato e tenuto nascosta la notizia.

L'aereo è un Junker 88, o come lo chiama Wikipedia, Junkers Ju 88, era un bombardiere bimotore ad ala bassa prodotto in Germania dalla metà degli anni trenta ed è stato il velivolo più versatile della Luftwaffe, l'aeronautica nazista. Fu prodotto ininterrottamente dal 1936 al 1945 in dozzine di versioni per un totale di circa 16000 aerei. Veniva usato soprattutto come bombardiere, aereo da ricognizione, caccia notturno, aerosilurante, aereo da attacco al suolo e poteva raggiungere gli oltre 600 km/h. A detta di molti, forse, l'aereo più performante della seconda guerra mondiale.


Un immersione tuttavia facile, ma il fatto che un relitto aereo della seconda guerra mondiale sia così ben conservato e quasi integro, con un gran bel colpo d'occhio e l'aura di mistero che lo avvolge, la rendono molto avvincente ed entusiasmante. 

venerdì 28 agosto 2020

Il Peschereccio di Gallipoli

Era da tanto tempo che non dormivo in macchina, e devo dire che non è stato poi così terrificante. Mercoledì sera mi hanno confermato che da giovedì sarei stato nuovamente in cassa integrazione. Subito la notizia mi ha buttato un po' giù, anche perché il meteo previsto nei posti vicino a casa per fare immersioni era molto brutto. Pensa e ripensa mi viene un idea malata. Preparo il borsone da sub, la tenda e metto un po' di magliette e mutande in uno zaino, carico le batterie delle fotocamere e alle 17 in punto parto direzione Gallipoli, le previsioni meteo dicono che al sud continua l'estate. Mi fermo a Modena a fare il pieno e al Decathlon a comprare un tavolino (l'ultima volta ne ho sentito la mancanza). C'è traffico in autostrada, soprattutto da Bologna a Imola. Alle 20 esco a Senigallia per cenare, niente di che, un panino all'America Graffiti e una passeggiata lungo la spiaggia fino alla rotonda sul mare e poi rientro alla macchina dal lungomare. Riprendo la strada alle 21 e dopo 2 ore e mezzo mi fermo in un autogrill, abbasso i sedili di dietro e mi metto a dormire. Alle 6 riparto e faccio diverse soste per caffè, colazione, un po' di gasolio. Alle 10:30 arrivo a Rivabella, dove c'è un camping, e chiedo se c'è posto per me, una bella piazzola a meno di venti metri dal mare. Monto tutto, gonfio il materassino, mando qualche messaggio per far sapere dove sono finito a qualche amico e a mamma & papà poi provo a fare qualche telefonata ai diving della zona, nessuno ha posto per me per domani, forse domenica pomeriggio, piccola delusione. Non mi arrendo e continuo a cercare diving su internet e mi accorgo che uno mi è sfuggito. Neanche loro hanno posto per domani, però se voglio c'è posto il pomeriggio alle 15... non so che ora è e chiedo a lui, le 14:30, gli dico dove sono e mi risponde che il diving è a 4/5 chilometri e che se voglio, comunque, mi può aspettare un po'. Sono stanco e già sdraiato sull'asciugamano di fianco alla tenda sotto la pineta ma non ci penso due volte e butto tutto dentro la tenda e corro alla macchina. Arrivo puntuale al diving, monto gav e erogatori, mi preparano la zavorra e seguo il furgone fino al molo, saliamo sul gommone e in circa 5 minuti siamo sopra il relitto di un peschereccio. Alle 16 inizia la discesa nel blu. Il relitto è su un fondale di 25 metri, immersione semplice ma molto bella, il vecchio barcone in legno è pieno di vita ed è molto scenografico. La rete a strascico, la luce e la strana visibilità gli danno un aria molto misteriosa e cupa. Dopo 45 minuti sono in superficie, ho preso 3 minuti di deco ma va bene lo stesso, tutto è successo molto in fretta ma alla fine sono molto soddisfatto.

Nel briefing pre immersione non mi hanno dato tante notizie riguardo il relitto ma su internet sono riuscito a trovare qualche informazione. Fu varato in Italia nel 1969 col nome “Andreina” ma negli anni settanta fu rinominato “Frangì”. Il peschereccio è affondato nel dicembre 2008 mentre rientrava in porto dopo la solita battuta di pesca giornaliera, a causa dello speronamento da parte di uno yacht “impazzito” che c'è finito letteralmente sopra, delle tre persone dell'equipaggio una rimase gravemente ferita. Il forte vento e il mare mosso hanno impedito il recupero immediato del motopeschereccio che si è inabissato dopo oltre un ora durante le operazioni di rimorchio delle due imbarcazioni incagliate tra loro, mentre lo yacht fu portato a Porto Gaio, a nord di Gallipoli, e posto sotto sequestro. Dal serbatoio dell'imbarcazione fuoriuscirono circa 200 litri di gasolio che le panne galleggianti, disposte dai mezzi antinquinamento riuscirono a contenere consentendone l'aspirazione, nei giorni successivi si riusci a recuperare tutto il carburante e per fortuna non ci furono conseguenze inquinanti e si decise di non recuperare il relitto. Per chi era alla guida dello yacht si ipotizzò il reato di naufragio colposo, ma non ho trovato notizie di come sia finita la vicenda.

sabato 8 agosto 2020

Necropoli Etrusca di Monterozzi a Tarquinia

Dal campeggio dell'Argentario un giorno sono andato a Tarquinia, un oretta di distanza, per visitare la Necropoli Etrusca di Monterozzi dove si possono ammirare tombe dipinte che rappresentano il più grande nucleo pittorico di arte etrusca arrivato fino ai giorni nostri e considerata "la prima pagina della pittura italiana". La scoperta delle prime tombe dipinte risale al Rinascimento e ad oggi si conoscono circa 200 sepolcri affrescati, ma di molti di essi si è persa l'esatta ubicazione, mentre altri furono reinterrati dopo la scoperta ritenendo all'epoca di preservarne al meglio in tal modo la decorazione dipinta. Credo che al momento siano accessibili circa 60 tombe. La maggior parte dei sepolcri è di età arcaica e classica, consiste in un unico ambiente quadrangolare con soffitto a doppio spiovente ed è destinato alla sepoltura della sola coppia maritale, in epoca ellenistica la camera sepolcrale ospita invece tutto il clan e gli ambienti assumono quindi dimensioni anche grandiose con pilastri a sostegno del soffitto piano. Le camere sono scavate nel banco di roccia e accessibili tramite corridoi in discesa coperti da strutture moderne per evitare alla pioggia e all'umidità di entrare e rovinare i dipinti. Il settore di necropoli aperto al pubblico è situato nella parte occidentale del colle di Monterozzi, non distante dalla città medioevale e moderna, nell'area del Calvario, nota fin dall'ottocento per la presenza di un importante gruppo di tombe affrescate, negli anni '60 del novecento si individuarono nel sottosuolo più di un migliaio di tombe a camera, una cinquantina delle quali con tracce di decorazione dipinta.











 

gigipeis

free counters