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mercoledì 2 settembre 2020

Immersione sul bombardiere Junker 88

 Posso senz'altro affermare che sia stata la curiosità di vedere questo aereo sommerso della seconda guerra mondiale che mi ha fatto arrivare in Salento in un viaggio improvvisato, merito di alcune foto su internet che mi sono capitate davanti e di un articolo di qualche anno fa sulla rivista Sub Underwater Magazine che me lo ha fatto inserire nell'elenco virtuale delle immersioni da fare prima o poi. L'idea era di stare in campeggio a Rivabella, qualche chilometro a nord di Gallipoli, tre o quattro giorni ma ho trovato un vento da sud che per qualche giorno non ha permesso di fare l'immersione comunque non voglio andar via senza averlo visto. Prima immersione sul Junker 88 il mercoledì, con un diving di Santa Caterina di Nardò, ovvero il mio sesto giorno in Puglia.

Con questo diving ho già fatto un immersione due giorni prima sul relitto del Neuralia, un relitto che ha fatto la prima e la seconda guerra mondiale di cui rimangono solo tanti rottami e lamiere sparse nel mare davanti a Porto Cesareo, quindi arrivo con un po' di anticipo e so già come muovermi. In pochi minuti di navigazione, col gommone, arriviamo sul punto gps, il relitto non è pedagnato quindi lanciano un pedagno “volante” solo che c'è un po' di corrente e al primo tentativo ci spostiamo troppo e quindi ci si riprova, la seconda volta va meglio. Quando siamo tutti pronti e in acqua, appena la guida ci da il via, io scendo veloce per provare a fare qualche foto senza troppa gente in mezzo, giù ci sono già un fotografo e la sua modella che avevano chiesto di poter immergersi prima di noi proprio per non avere gente in mezzo alle foto.


Comunque la corrente stava spostando il pedagno, il peso sulla sabbia non era abbastanza pesante da contrastarla e si è messo ad “arare” e quando arrivo sul fondo, a 35 metri, non vedo il relitto, non voglio aspettare tutto il gruppo e quindi nuoto contro corrente fino a che non si intravede, arrivo da dietro e vedo i due che fanno foto, mi alzo di qualche metro, volando sopra l'aereo e il colpo d'occhio è veramente emozionante, faccio in tempo a scattare solo qualche foto e poi arriva tutto il gruppo e siamo veramente tanti per questo sito, che è relativamente piccolo, l'apertura alare è di circa venti metri e la fusoliera sarà al massimo una quindicina di metri, sulla sabbia, intorno non c'è altro se non, diversi metri dietro l'ala destra, i resti della coda che si è staccata dalla carlinga, con disegnata una svastica, per alcuni ancora riconoscibile, ma non per me, che faccio veramente fatica ad identificarla tra le alghe che coprono questo pezzo di lamiera, e il ruotino del carrello. La copertura trasparente che chiudeva l'abitacolo non c'è e si vede bene il seggiolino del pilota e quel che resta delle apparecchiature di comando, il tutto ricoperto da incrostazioni e spugne, i due motori sono per metà insabbiati, non ci sono le eliche e anche qui le spugne la fanno da padrone, le ali sono impressionanti e davanti a quella sinistra c'è ancora il fanalino colorato dove la guida mette all'interno la torcia per farci capire che cos'è.


L'articolo su Sub Underwater Magazine di marzo 2017 dice che è stato “scoperto” nel 2009 dal diving con cui faccio l'immersione, gli anziani del posto raccontavano di un aereo caduto in quelle acque ma molti pensavano fosse ormai una leggenda visto che non ci sono documenti che affermino la perdita dell'aereo, ho visto anche un video su youtube dove il proprietario di un altro diving dice di averlo trovato negli anni novanta ma non avendo il gps, in seguito, non è più riuscito a trovarlo. Non si sa né quando è affondato, né il perché, come ho già detto non ci sono documenti o notizie a riguardo ma solo le testimonianze sbiadite dei vecchi abitanti della zona. Si pensa che forse sia ammarato, il fatto che la coda sia staccata e che sia in assetto di volo sembra confermare l'ipotesi, e non essendoci tracce di buchi da proiettili visibili fa pensare ad un guasto tecnico. Non sono stati trovati resti umani tanto meno nessuna targhetta di riconoscimento, né bombe o armi, o ne era sprovvisto e quindi non impegnato in un azione di guerra, o sono state rubate da qualcuno che lo ha trovato in passato e tenuto nascosta la notizia.

L'aereo è un Junker 88, o come lo chiama Wikipedia, Junkers Ju 88, era un bombardiere bimotore ad ala bassa prodotto in Germania dalla metà degli anni trenta ed è stato il velivolo più versatile della Luftwaffe, l'aeronautica nazista. Fu prodotto ininterrottamente dal 1936 al 1945 in dozzine di versioni per un totale di circa 16000 aerei. Veniva usato soprattutto come bombardiere, aereo da ricognizione, caccia notturno, aerosilurante, aereo da attacco al suolo e poteva raggiungere gli oltre 600 km/h. A detta di molti, forse, l'aereo più performante della seconda guerra mondiale.


Un immersione tuttavia facile, ma il fatto che un relitto aereo della seconda guerra mondiale sia così ben conservato e quasi integro, con un gran bel colpo d'occhio e l'aura di mistero che lo avvolge, la rendono molto avvincente ed entusiasmante. 

venerdì 28 agosto 2020

Il Peschereccio di Gallipoli

Era da tanto tempo che non dormivo in macchina, e devo dire che non è stato poi così terrificante. Mercoledì sera mi hanno confermato che da giovedì sarei stato nuovamente in cassa integrazione. Subito la notizia mi ha buttato un po' giù, anche perché il meteo previsto nei posti vicino a casa per fare immersioni era molto brutto. Pensa e ripensa mi viene un idea malata. Preparo il borsone da sub, la tenda e metto un po' di magliette e mutande in uno zaino, carico le batterie delle fotocamere e alle 17 in punto parto direzione Gallipoli, le previsioni meteo dicono che al sud continua l'estate. Mi fermo a Modena a fare il pieno e al Decathlon a comprare un tavolino (l'ultima volta ne ho sentito la mancanza). C'è traffico in autostrada, soprattutto da Bologna a Imola. Alle 20 esco a Senigallia per cenare, niente di che, un panino all'America Graffiti e una passeggiata lungo la spiaggia fino alla rotonda sul mare e poi rientro alla macchina dal lungomare. Riprendo la strada alle 21 e dopo 2 ore e mezzo mi fermo in un autogrill, abbasso i sedili di dietro e mi metto a dormire. Alle 6 riparto e faccio diverse soste per caffè, colazione, un po' di gasolio. Alle 10:30 arrivo a Rivabella, dove c'è un camping, e chiedo se c'è posto per me, una bella piazzola a meno di venti metri dal mare. Monto tutto, gonfio il materassino, mando qualche messaggio per far sapere dove sono finito a qualche amico e a mamma & papà poi provo a fare qualche telefonata ai diving della zona, nessuno ha posto per me per domani, forse domenica pomeriggio, piccola delusione. Non mi arrendo e continuo a cercare diving su internet e mi accorgo che uno mi è sfuggito. Neanche loro hanno posto per domani, però se voglio c'è posto il pomeriggio alle 15... non so che ora è e chiedo a lui, le 14:30, gli dico dove sono e mi risponde che il diving è a 4/5 chilometri e che se voglio, comunque, mi può aspettare un po'. Sono stanco e già sdraiato sull'asciugamano di fianco alla tenda sotto la pineta ma non ci penso due volte e butto tutto dentro la tenda e corro alla macchina. Arrivo puntuale al diving, monto gav e erogatori, mi preparano la zavorra e seguo il furgone fino al molo, saliamo sul gommone e in circa 5 minuti siamo sopra il relitto di un peschereccio. Alle 16 inizia la discesa nel blu. Il relitto è su un fondale di 25 metri, immersione semplice ma molto bella, il vecchio barcone in legno è pieno di vita ed è molto scenografico. La rete a strascico, la luce e la strana visibilità gli danno un aria molto misteriosa e cupa. Dopo 45 minuti sono in superficie, ho preso 3 minuti di deco ma va bene lo stesso, tutto è successo molto in fretta ma alla fine sono molto soddisfatto.

Nel briefing pre immersione non mi hanno dato tante notizie riguardo il relitto ma su internet sono riuscito a trovare qualche informazione. Fu varato in Italia nel 1969 col nome “Andreina” ma negli anni settanta fu rinominato “Frangì”. Il peschereccio è affondato nel dicembre 2008 mentre rientrava in porto dopo la solita battuta di pesca giornaliera, a causa dello speronamento da parte di uno yacht “impazzito” che c'è finito letteralmente sopra, delle tre persone dell'equipaggio una rimase gravemente ferita. Il forte vento e il mare mosso hanno impedito il recupero immediato del motopeschereccio che si è inabissato dopo oltre un ora durante le operazioni di rimorchio delle due imbarcazioni incagliate tra loro, mentre lo yacht fu portato a Porto Gaio, a nord di Gallipoli, e posto sotto sequestro. Dal serbatoio dell'imbarcazione fuoriuscirono circa 200 litri di gasolio che le panne galleggianti, disposte dai mezzi antinquinamento riuscirono a contenere consentendone l'aspirazione, nei giorni successivi si riusci a recuperare tutto il carburante e per fortuna non ci furono conseguenze inquinanti e si decise di non recuperare il relitto. Per chi era alla guida dello yacht si ipotizzò il reato di naufragio colposo, ma non ho trovato notizie di come sia finita la vicenda.

sabato 8 agosto 2020

Necropoli Etrusca di Monterozzi a Tarquinia

Dal campeggio dell'Argentario un giorno sono andato a Tarquinia, un oretta di distanza, per visitare la Necropoli Etrusca di Monterozzi dove si possono ammirare tombe dipinte che rappresentano il più grande nucleo pittorico di arte etrusca arrivato fino ai giorni nostri e considerata "la prima pagina della pittura italiana". La scoperta delle prime tombe dipinte risale al Rinascimento e ad oggi si conoscono circa 200 sepolcri affrescati, ma di molti di essi si è persa l'esatta ubicazione, mentre altri furono reinterrati dopo la scoperta ritenendo all'epoca di preservarne al meglio in tal modo la decorazione dipinta. Credo che al momento siano accessibili circa 60 tombe. La maggior parte dei sepolcri è di età arcaica e classica, consiste in un unico ambiente quadrangolare con soffitto a doppio spiovente ed è destinato alla sepoltura della sola coppia maritale, in epoca ellenistica la camera sepolcrale ospita invece tutto il clan e gli ambienti assumono quindi dimensioni anche grandiose con pilastri a sostegno del soffitto piano. Le camere sono scavate nel banco di roccia e accessibili tramite corridoi in discesa coperti da strutture moderne per evitare alla pioggia e all'umidità di entrare e rovinare i dipinti. Il settore di necropoli aperto al pubblico è situato nella parte occidentale del colle di Monterozzi, non distante dalla città medioevale e moderna, nell'area del Calvario, nota fin dall'ottocento per la presenza di un importante gruppo di tombe affrescate, negli anni '60 del novecento si individuarono nel sottosuolo più di un migliaio di tombe a camera, una cinquantina delle quali con tracce di decorazione dipinta.











 

giovedì 6 agosto 2020

Relitto dell'Anna Bianca a Giannutri



Durante le ferie forzate di agosto ne ho approfittato per visitare l'Argentario, campeggiando per poco più di una settimana a Feniglia e fare anche qualche immersione nel mare azzurro del promontorio e all'isola di Giannutri. Dopo aver preso parte, qualche giorno prima, ad un full day con due immersioni presso la costa sud dell'Argentario, oggi in previsione c'è un full day all'isola di Giannutri, partendo da Porto Ercole con una grande barca, comoda, dove a prua c'è la sala comando e la cucina e a noi clienti, che siamo in tanti, non è permesso entrare. L'isola è un area naturale protetta e fa parte del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano con una riserva marina su gran parte delle sue coste. Il mare è un po' mosso con vento da nord ma la piccola isola a forma di C possiede diversi luoghi ridossati per quasi tutti i venti. Una volta arrivati a Cala Ischiaiola e ormeggiati alla boa del parco mi aspetta una piacevole sorpresa: quando chiedo quale sarà il mio gruppo e la mia guida, mi chiedono se mi va di fare l'Anna Bianca ed io accetto senza condizioni, felicissimo e un po' incredulo visto che non mi aspettavo di fare il relitto, non avevo chiesto e loro non lo avevano neanche accennato. La boa che segnala il relitto è circa cento metri distante dalla boa dove siamo ormeggiati, dove la maggior parte dei subacquei faranno l'immersione, quindi io, con la guida e altri tre sub dobbiamo raggiungerla a nuoto, in superficie, di spalle, come si usa, ovvero con la faccia rivolta verso il cielo e girandosi a guardare la boa ogni tanto per non sbagliare rotta. Quando arriviamo ci fermiamo qualche minuto per riprendere fiato e appena tutti siamo pronti si scaricano gav e mute stagne e si va giù, nel blu, senza perdere di vista la cima che dalla boa arriva alla poppa della nave. Il relitto è diviso in due tronconi principali con tante lamiere e altri piccoli pezzi sparsi intorno, adagiato sulla sabbia a una profondità che va dai 35 ai 52 metri, noi visiteremo lo spezzone di poppa che raggiunge al massimo i 42 metri. La visibilità è fantastica, la sagoma della prua si comincia ad intravedere già dai primi metri d'immersione. L'Anna Bianca, forse varato col nome di “Vivien”, era un piccolo mercantile lungo quasi cinquanta metri e largo nove, costruito nel 1921 in Inghilterra e di proprietà di un armatore napoletano. È affondato la notte tra il 2 e il 3 aprile del 1971 con un carico di pietra pomice, il motivo dell'affondamento mi è incerto, su alcuni siti internet ho letto che fu sorpresa da una tempesta e cercando ridosso a cala Ischiaiola urtò alcuni scogli che aprirono delle falle che la portarono a picco, altre voci, tra cui la guida che mi ci ha portato, dicono che sia stata affondata dall'equipaggio per riscuotere i soldi dell'assicurazione, altri siti raccontano anche di un esplosione a bordo e che si sarebbe divisa in due per questo. Si racconta anche che il carico di pomice, una volta rilasciato in mare, si accumulò sulle spiagge dell'argentario, soprattutto a Feniglia, dove in effetti è facile tuttora trovare del pomice arenato sulle dune, e alcuni abitanti del posto, vedendo tutta questa polvere bianca che galleggiava, la scambiarono per droga e cercarono di recuperarne il più possibile, rimanendo un po' delusi una volta scoperta la vera natura del pescato. L'immersione è veramente bella e facile, complice la notevole visibilità e il ridotto spazio da visitare, poi essendo così pochi anche fare delle foto in tutta tranquillità è un vero piacere. Molto bello l'impatto della pala del timone e il reggi albero dell'elica (assente) con tutta la rotondità della poppa, ci si può affacciare nello squarcio che divide la poppa dove all'interno si notano tante attrezzature della sala macchine ma i tantissimi cavi e cime che penzolano fanno passare a quasi tutti la voglia di penetrarvi, anche le sovrastrutture sono ben distinguibili e il relitto è tana per i soliti scorfani, gronghi, murene e gamberetti, poi non mancano le solite castagnole, grandi spirografi e qualche stella marina. Dopo 15 minuti e a pochi secondi dal prendere della deco, saliamo a quindici metri nel blu e la guida con la bussola ci porta al sito dove ci sono gli altri gruppi di subacquei, praticamente sotto la barca, che chiamano “le cerniette” dove rimaniamo un altra ventina di minuti ad ammirare la vita lungo questi scogli a circa 12 metri e finiamo la bellissima immersione. Per la seconda immersione ci spostiamo praticamente dall'altra parte dell'isola, a Punta San Francesco, dove le pareti degradano dolcemente e sono molto frastagliate, a pochi metri dalla riserva integrale dove non si può fare nessuna attività, quindi nemmeno immergersi. Il mare si muove un pochino di più. Bella anche quest'immersione, anche qui con tantissima visibilità e tanta vita sottomarina, tra cui il piacevole incontro con una grande lepre di mare che sembra che voli agitando le sue ali.

sabato 25 luglio 2020

Il Mohawk Deer

Sono partito da casa molto presto, come quasi sempre quando vado a fare immersioni in giornata, con direzione Lavagna per andare a vedere il famoso relitto del Mohawk Deer, unico relitto, che si può visitare in modalità ricreativa, dell'Area Marina protetta di Portofino. Il diving si trova dentro il porto e per fortuna riesco a trovare un parcheggio gratuito poco distante dall'ingresso. Nel 2018 ho fatto due immersioni ai relitti di Sestri Levante, partendo sempre da Lavagna ma con un altro diving che si trova sempre dentro il porto, poco lontano. Il viaggio da Lavagna al AMP di Portofino è su una veloce barca abbastanza comoda ma che non permette di muoversi tranquillamente anche perché il mare è mosso. In passato ho fatto immersioni nel AMP di Portofino, ma sempre partendo da Genova, quindi dal lato di ponente, ora arrivo da levante e il panorama mi è nuovo e passiamo sotto il faro di Portofino, molto suggestivo.
Purtroppo al nostro arrivo sulla boa ci sono ormeggiate già due imbarcazioni e il regolamento del AMP non permette più di due barche con relativi subacquei per spot, quindi il capitano e le guide subacquee decidono di cambiare location. Non mi godo a pieno l'immersione, anche se il sito è davvero bello con tante cernie, corvine, grossi dentici, barracuda e in profondità splendide gorgonie rosse ma l'acqua è un po' torbida e con dei tagli di termoclino che danno la sensazione di vista appannata, ma soprattutto sono deluso perché sono venuto per il relitto. Oltre a ciò, sott'acqua confondo la mia guida con un altro e perdo il mio gruppo, quando me ne accorgo ormai è tardi e continuo l'immersione facendo finta di niente tanto anche questi due subacquei sono con lo stesso diving ma al rientro in barca mi fanno una bella ramanzina. Ultimamente con la fotocamera mi distraggo spesso e non è la prima volta che mi perdo. Una volta rientrati al diving faccio subito presente al proprietario, con cui avevo parlato per telefono e prenotato l'immersione al Mowahk Deer, che non abbiamo fatto il relitto e che io ero li per quello e mi sarebbe dispiaciuto non farlo, quindi parla con il suo staff e organizzano la visita con la seconda immersione e mi affianca un altra guida tutta per me.
Il piroscafo venne costruito negli Stati Uniti e varato nel 1896 col nome di LC Waldo SS, era lungo 118 metri e largo 14, aveva tre alberi e due caldaie a carbone. Navigò gran parte della sua esistenza nei Grandi Laghi tra Canada e Stati Uniti. Cambio proprietario diverse volte e cambio nome in Riverton SS nel 1916 e in SS Mohawk Deer nel 1944 ed ebbe una vita molto travagliata e piena d'incidenti, collisioni ed incagliamenti. Dopo settantuno anni di carriera, con due affondamenti, nel 1913 e nel 1943, e due recuperi, finì per affondare definitivamente il 5 novembre 1967 mentre veniva trainato verso La Spezia, venduto come ferro vecchio, a causa del mare mosso e forte vento, nei pressi del promontorio di Portofino vicino alla costa e si spezzo in due tronconi praticamente attaccati, la prua vicino a riva rivolta verso il cielo con ancora un àncora attaccata alla catena che esce dall'occhio di cubia, il resto della nave in assetto di navigazione che scende fino a oltre i 50 metri con le due grosse caldaie sbalzate fuori. Intorno allo scafo e nei dintorni ci sono tantissimi rottami e lamiere sparsi. Il tempo e le forti mareggiate lo stanno pian piano smantellando.
La vista della prua che guarda verso l'alto è molto suggestiva, interessanti anche gli argani salpa àncore nel troncone di prua, altri verricelli sullo scafo, forse degli alberi di carico finiti ormai chissà dove, la grossa ancora sul lato sinistro, le catene che escono dagli occhi di cubia, due brevi penetrazioni a circa metà percorso, tante lamiere collassate e rottami sparsi anche fuori dal relitto, a bassa profondità, che mi gusto particolarmente mentre aspetto che passino i minuti di deco che ho accumulato nonostante non sia riuscito a raggiungere la parte più profonda verso la poppa. La profondità massima che ho raggiunto sono 34 metri e 39 minuti d'immersione.

sabato 13 giugno 2020

Nicole e Potho a Numana


Ormai sono due settimane che è finito il Lockdown durato quasi due mesi e mezzo, da metà marzo, la quarantena per contenere il contagio del virus Covid 19 che ha scatenato una pandemia mondiale con tantissime vittime, la voglia di andare al mare e immergermi è tanta ma il mare in Liguria è stato mosso lo scorso week end ed anche questo i diving center che ho contattato cancellano le immersioni in programma per lo stesso motivo. Provo a telefonare a Rimini per un immersione al Paguro, in Adriatico le previsioni danno mare calmo, ma per il sabato sono al completo. Mi viene in mente che da qualche anno ho intenzione di andare al relitto della Nicole al Conero, nelle Marche, visto in una puntata di Linea Blu e non ho mai avuto occasione, così provo a telefonare al Centro Sub Monte Conero di Numana e mi confermano che il sabato con la seconda immersione, alle 10:30, andranno al relitto ed hanno l'ultimo posto disponibile, in programma hanno anche un immersione alle 7:30 ma sono al completo e se arrivano ad un numero sufficiente faranno anche la terza alle 14:30, mi spiegano le nuove normative e come comportarsi, sempre per l'emergenza Covid 19, confermo la mia presenza.
Da casa ci vogliono poco più di tre ore se non c'è traffico, quindi mi sveglio alle 5:30, ho già tutto pronto dalla sera prima, carico la macchina, faccio colazione e parto alle 6:00, il viaggio è tranquillo, senza soste, arrivo alle 9:00 e parcheggio vicino al diving che si trova in spiaggia, pochi passi dal porticciolo dove hanno il gommone. Il mare è calmissimo, il cielo splendido e la temperatura ottima. Mi accoglie una luminosa ragazza che mi spiega di nuovo le precauzioni da usare per l'emergenza Covid, ovvero tenere la mascherina, lavarsi spesso le mani, tenere le distanze, posti assegnati, le consegno i moduli che ho scaricato e compilato a casa e mi assegna la mia postazione, numero 10, una sedia e un palo con un appendiabiti, un altra ragazza mi consegna una bombola da 10 litri e assemblo tutta l'attrezzatura. Gli altri sono ancora in mare e arrivano verso le 10:00, carichiamo l'attrezzatura su un ape e mi dirigo al porto a piedi, con gli altri sub. Anche in gommone abbiamo i posti assegnati e distanziati, io sono nell'ultimo posto nel lato di dritta a prua. Dopo circa dieci minuti di navigazione, due miglia dal porto turistico di Numana, ci sono le boe di ormeggio, una a poppa e una a prua del relitto Nicole, il più recente relitto che ho visitato, affondato il 27 gennaio del 2003 a causa di una tempesta, era una motonave da trasporto dalle caratteristiche fluviali, aveva il fondo piatto e le murate basse, proveniva dalla Turchia e andava a Marghera con un carico di materiale per la fabbricazione del vetro, cercava riparo verso il Monte Conero, sperando di trovare un ridosso, invece le onde superarono le murate e le stive si riempirono d'acqua, portando giù, in assetto di navigazione, la motonave, che una volta toccato il fondo si spacco in due tronconi, che le successive mareggiate hanno fatto disassare ma rimangono ancora in assetto di navigazione. Un'altra caratteristica di questo relitto è che si trova a bassa profondità, il punto più alto è a circa sette metri, il più basso, sul fondo a diciassette. La natura del fondale composto da sabbia finissima e fango e la notevole presenza di sospensione riducono molto la visibilità ma mi dicono che sono fortunato e oggi è molto meglio del solito ma per quanto mi riguarda la visibilità per me è scarsa. Le lamiere sono completamente ricoperte di cozze, molluschi, ascidie e spugne, tantissimi nudibranchi e crostacei, circondata da tanti banchi di pesci di piccola taglia. La guardia costiera e agenzia per l'ambiente intervennero subito dopo l'affondamento e il giorno dopo si recuperò il carburante dai serbatoi, si pensò di recuperare la nave con costi molto alti, ma i centri subacquei della zona insistettero per lasciare il relitto a scopo turistico prendendo come esempio il relitto della piattaforma Paguro di Ravenna e praticamente a costo zero. Un relitto di tali dimensioni e a profondità così accessibili costituisce un'oasi di ripopolamento per la fauna ittica ed effettivamente è diventato un polo di attrazione per il turismo subacqueo.
Finita l'immersione ritorniamo al porto e da li al diving, mi confermano che facciamo un altra immersione alle 14:30. Dopo essermi cambiato vado a fare un giro per il paese, con il centro molto carino che si alza sopra la spiaggia e il porto e mi mangio un panino in un bar. Alle 14:00 arrivo al diving e dopo aver assemblato l'attrezzatura ed esserci cambiati ci dirigiamo al porto e risaliamo in gommone che si dirige verso la spiaggia delle “due sorelle” che fa parte del Parco del Conero , chiamata in questo modo per i due scogli bianchi che emergono dal mare limpidissimo e che visti da nord dovrebbero assomigliare a due suore poste in preghiera. Essendo raggiungibile solamente via mare, questo tratto di spiaggia bianca, a ridosso del Conero, è un gioiello di natura incontaminata, senza nessun servizio. Sul fondo del mare davanti alla spiaggia e alle “due sorelle” ci sono i pochi rottami arrugginiti del naufragio del piroscafo da carico Potho, che andò a sbattere contro gli scogli dividendosi in due tronconi una notte di neve e bufera, la poppa affondò davanti ai faraglioni mentre la prua si arenò sulla spiaggia e ci rimase per molto tempo. Era la notte del 14 marzo del 1962, la nave batteva bandiera libanese e ventun marinai di nazionalità greca componevano l'equipaggio, dieci di questi scomparvero tra le onde della tempesta e pochi vennero restituiti dal mare, una croce con scritto "Persona Ignota" e la data del naufragio si trova nel cimitero di Numana mentre altre due vittime sono sepolte nel cimitero di Sirolo. I marinai superstiti restarono aggrappati per diverse ore al troncone di prua. Il guardiano della cava di pietra situata nella piccola baia proprio a nord delle Due Sorelle, Raimondo Barbadoro, invalido di guerra, fu il primo ad accorgersi del naufragio e andò a chiedere aiuto al fratello. Cesare Barbadoro assieme a due nipoti raggiunse la spiaggia e riuscirono a trarre in salvo alcuni marinai.

A tarda sera del 15 marzo sul relitto rimaneva ancora il direttore di macchina. Quando finalmente si decise ad abbandonare la nave e si buttò nelle gelide acque, rimase impigliato ad un cavo, Cesare si gettò in mare, lo raggiunse, lo liberò e lo portò a riva nonostante le numerose ferite riportate. La mattina dopo, a giorno inoltrato, giunsero finalmente i soccorritori. Il gruppo di marinai superstiti riuscì a risalire il monte Conero e arrivare a Sirolo attraverso il "Passo del Lupo" un sentiero già arduo, reso ancora più duro dalla neve, mentre il direttore di macchina ferito venne trasportato all’ospedale di Ancona via mare. Cesare Barbadoro per il suo coraggio fu insignito della Medaglia di Bronzo al valor civile. Il Potho era una nave da carico costruita in Olanda nel 1916 lunga circa 90 metri e larga 12 e la notte del naufragio trasportava un grosso carico di legname che si riversò sulla spiaggia sotto il paese di Sirolo che venne completamente coperta di tavole, in alcuni punti con cataste anche di tre metri e leggenda vuole che molto del legname in seguito fu usato per costruire le baracche dei pescatori. L'immersione è facile e poco profonda, ma la visibilità scarsissima, siamo tre clienti e tre guide, quindi mi affiancano una guida, poco dopo esserci immersi io mi fermo a fotografare e la guida non si ferma, continua imperterrito a pinneggiare come se stesse facendo una gara, io mi fermo li a continuare a fare i cavoli miei e dopo cinque minuti che vedo che lui non ritorna o non mi trova, riemergo, in sicurezza e lancio anche il pedagno come d'accordo durante il briefing, la scarsa visibilità della zona probabilmente fa si che ci si perda facilmente, anche se si è relativamente vicino alla spiaggia e le preoccupazioni non esistono.

Riemergiamo praticamente insieme a una ventina di metri di distanza, io praticamente ero sotto il gommone, chiarisco che io non devo fare una gara di velocità ma solo qualche foto e che se vuole che stiamo insieme mi deve aspettare. Sott'acqua sembra che mi abbia capito e mi sta praticamente sempre attaccato. Lo scafo è chiaramente completamente distrutto, lamiere sparse qua e la che ormai si sono perfettamente integrate al fondale che ospitano fauna di scogliera. Si distinguono ancora un albero, forse di carico, della nave, dei verricelli, la grossa elica quadripala sdraiata e le due grosse caldaie, una in verticale e una orizzontale, vicine che nei numerosi buchi ospitano tanti animali, da gronghi a murene, crostacei, molluschi, granchi di varie specie e nudibranchi, tanti animali da fango, immersione molto particolare e avvincente con quella scarsa visibilità che da una sensazione di avventura e mistero ma che poi quando si esce dall'acqua ti affascina con la bellissima vista di questo scorcio selvaggio di adriatico. Dopo un altro breve viaggio in gommone di circa tre miglia sbarchiamo nuovamente sulla banchina del porto di Numana e dopo aver riposto tutta la mia attrezzatura ed essermi cambiato al diving, torno in paese a prelevare denaro perché non gli funziona.

Prima di andar via però mi fermo al bar dello stabilimento balneare davanti al diving, dove ho lasciato in custodia il borsone, e mi bevo una birra Icnusa non filtrata alla spina bella fresca seduto su un divanetto mentre guardo i bagnanti. Poi tre ore di strada e autostrada e la notte la passo nel mio letto. Soddisfatto.

domenica 15 dicembre 2019

Elviscot - Isola d'Elba 12 settembre 2019

A settembre sono andato all'isola d'Elba per una settimana a fare immersioni, mi ha invitato un vecchio amico, Brighel, che ha preso un diving center a Marina di Campo. In questa settimana mi ha portato due volte all'isola di Pianosa e mi ha fatto fare tante bellissime immersioni nella zona sud dell'isola d'Elba. Non poteva mancare l'immersione al relitto della Elviscot, conosciuto anche come “il relitto di Pomonte”, una piccola nave mercantile lunga poco più di sessanta metri e con meno di 500 tonnellate di stazza, costruita in Olanda nel 1960 proprietà di un armatore di Napoli, usata per il trasporto di legname, che la notte del 10 gennaio 1972 si schiantò contro lo scoglio dell'Ogliera di fronte alla spiaggia di Pomonte a sud-ovest dell'isola.
Partita da Taranto (altre fonti su internet dicono da Napoli) e diretta a Marsiglia, probabilmente cominciò ad imbarcare acqua a causa del mal tempo e il capitano decise di avvicinarsi a terra e far rotta verso l'isola d'Elba per cercare riparo ma andò a sbattere sullo scoglio, probabilmente non visto, e la prua vi ci montò sopra e si incagliò.
La nave venne abbandonata e l'equipaggio raggiunse la vicina spiaggia di Pomonte senza gravi conseguenze. Il relitto rimase con la poppa sott'acqua e la prua in secca sullo scoglio per diverso tempo, sembra che ci fu anche qualche incidente con bagnanti curiosi, ladri o piccole imbarcazioni e per questo motivo lo scafo fu fatto affondare completamente. Adesso Il relitto è adagiato con la murata di dritta su un fondale di sabbia bianca, vicino agli scogli a circa 12 metri di profondità, circondato da acqua cristallina e nuvole di castagnole e salpe, con la fiancata sinistra di poppa a pochi metri dalla superficie.
Noi arriviamo con l'Orsa Maggiore, la barca del diving di Brighel, dopo un immersione a Punta Fetovaia, poco distante, e siamo l'unico gruppo di sub ma in superficie c'è tanta gente, con maschera e boccaglio o che prende il sole sullo scoglio, che hanno raggiunto il sito dalla vicina spiaggia a nuoto, con canoe o pedalò. Mi dicono, e non è difficile da crederci, che in agosto il sito è trafficatissimo, pieno di natanti, bagnanti, subacquei e perde molto del suo fascino.
La bassa profondità e le mareggiate invernali stanno mettendo a dura prova il relitto che dopotutto non mi sembra in pessime condizioni, le strutture metalliche sono completamente incrostate da organismi marini, spugne e piccole alghe e sono un perfetto rifugio e attrattiva per tanti pesci, dalle murene e gronghi che vivono tra i pertugi nascosti a banchi di saraghi, orate, qualche corvina e tante salpe, occhiate e castagnole che vi trovano il loro cibo. Si riesce anche ad effettuare una piccola penetrazione, l'ambiente è un po' stretto e la visibilità scarsa ma sono molto affascinanti i giochi di luce che creano i raggi di sole che entrano attraverso le lamiere. Intorno al relitto ci sono anche tanti piccoli rottami che con il tempo si sono staccati dalla nave. Ritornando alla barca ammiro con più dedizione la grossa sagoma della poppa e l'immagine completa è veramente emozionante. Non posso fare a meno di scattare la foto “cartolina” che fanno tutti e che anni fa, nel 1987, col relitto meno danneggiato, il fotografo subacqueo Claudio Ziraldo ha vinto il Grand Prize Nikon Photo Contest.
Due giorni dopo, ho il mattino libero e decido di andare alla spiaggia di Pomonte, il relitto è molto vicino alla spiaggia e lo raggiungo a nuoto con maschera e boccaglio, l'acqua è cristallina e tra sprazzi di posidonia e sabbia noto altri rottami sparsi, tra cui un pezzo di fiancata di notevoli dimensioni che non avevo notato durante l'immersione. Anche in snorkeling il relitto non delude, e si nota anche meglio come la fiancata di sinistra sia molto vicina alla superficie, tanto che con un tuffo, senza pinne perché le ho scordate da Brighel, riesco a toccare la parte più alta.

domenica 8 settembre 2019

35AWARDS 2019

Il partecipante al concorso tematico 35AWARDS:
Shipwreck Diving.
Secondo i risultati della votazione principale "The Bow of Equa - Liguria - Italia" è entrato nella classifica TOP 35 migliori foto del concorso. Inoltre, l'autore è entrato nella classifica dei primi 10 migliori fotografi. Hanno preso parte 167 persone provenienti da 35 paesi e 98 città. In totale, sono state presentate 407 fotografie per il concorso.
Giuria: Gonzalo Pérez Mata (Spagna), Oxana Kamenskaya (Federazione Russa), Reiko Takahashi (Giappone).

martedì 3 settembre 2019

Immersione alla Egle e al Costante, Villasimius

Sono a Carbonia, parto presto in macchina direzione Villasimius, dove arrivo verso le 8:00. faccio conoscenza con Simone e Margherita del Diving Acquaman e con l'unico altro cliente che arriva poco dopo di me, prepariamo l'attrezzatura con calma e con una vecchia Jeep raggiungiamo il porto e carichiamo il gommone.
Arriviamo sul punto d'immersione nella zona B dell'Area Marina Protetta di Capo Carbonara, precisamente sul relitto della Egle. La Egle era un piroscafo da carico lungo circa settanta metri del compartimento marittimo di Genova, varato nel 1893, requisito nel 1942, durante la seconda guerra mondiale, dalla Regia Marina e adibito al trasporto di rifornimenti. Il 29 marzo 1943 partiva da Cagliari per portare carbone a La Maddalena ma a circa un miglio da Capo Carbonara incrociava il sottomarino Olandese Dolfijn che lo centrò con tre siluri, facendolo affondare.
Scendo lungo la catena che tiene la boa legata ad un grosso verricello. Il mare è un po' mosso e in superficie, fino ad una discreta profondità, c'è una forte corrente. Il relitto è adagiato su un fondale detritico tra i trentacinque e i trentotto metri, molto deteriorato, la poppa distrutta dai siluri e il resto della nave finito schiacciato e collassato dal peso del suo carico. L'immersione è comunque molto affascinante, non posso farci nulla, mi piacciono i relitti ed i rottami, scatto foto a caso e guardo da tutte le parti, tante castagnole, saraghi, donzelle, una cernia si nasconde velocemente, un grosso scorfano sotto un anello in metallo rimane li a farsi guardare, flabelline, spugne e qualche rara gorgonia.
Ciò che rimane della prua è quasi del tutto insabbiato, il resto della nave è un insieme di lamiere e travi, dove si distinguono bitte, scale a pioli, tubi, ma vista dall'alto, mentre si risale, si riconosce ancora la sagoma di una nave in assetto di navigazione. Risaliti in gommone dopo trentacinque minuti sott'acqua, ci dirigiamo verso il secondo punto d'immersione, riparati dall'isola dei Cavoli il mare è più che calmo. Mentre aspettiamo, per dare al nostro corpo un adeguata sosta in superficie, facciamo merenda.
Siamo in zona A dell'Area Marina Protetta, tra degli scogli a est dell'isola dei Cavoli. Anche qui c'è quello che rimane di un relitto, il Costante, chiamato il relitto dei tubi, perché trasportava grossi tubi in cemento per fognature che sono ancora sparsi sul fondale. La poca profondità e le forti mareggiate hanno fatto a pezzi e sparso su una vasta area ciò che rimane della nave e del suo carico, affondata negli anni settanta. Oltre tante lamiere irriconoscibili, si trovano i resti della prua, del blocco motore, tubi e tanti rottami intriganti.
La vita qui è anche più interessante che sulla Egle, oltre le castagnole, tante salpe, i saraghi, le orate e le corvine, tra le lamiere, murene, scorfani, tante cernie, e cosa curiosa, dei coloratissimi pesci pappagallo, che non avevo mai visto. Dopo un ora d'immersione risaliamo sul gommone e guardando il faro dell'isola dei cavoli rientriamo in porto, scarichiamo il gommone e carichiamo il carrello attaccato alla Jeep e con questa torniamo al Diving.
Dopo lavato l'attrezzatura e bevuto un bicchiere di birra mentre aspetto che sgoccioli un po' facendo delle chiacchiere con Simone e Margherita, carico tutto in macchina e me ne torno a Carbonia.

sabato 3 agosto 2019

Immersione al Relitto Pelagosa, Genova

Alle 5:15 mi metto in viaggio verso Genova, verso le 8:00 esco dal casello di Nervi e in poco più di 10 minuti arrivo alla fiera di Genova, famosa per il salone nautico che si svolge ogni anno in settembre. Parcheggio davanti al padiglione blu a pochi metri dal Libeccio Tek Diving. Verso le 10 salpiamo con il grosso gommone e ci dirigiamo verso levante, pochi minuti di navigazione e ci fermiamo a circa 1,5 miglia da terra, tra Sturla e Quarto. Per l'immersione siamo quattro sub, mentre il proprietario, la moglie ed un amico restano in gommone. Io vado giù con un tipo che mi sembra di aver già visto da qualche parte e l'altra coppia sono marito e moglie di Modena, andiamo giù senza guida. Il cielo è pulito ed il mare calmo, in superficie c'è una buona visibilità che dopo i 20 metri purtroppo peggiora ma rimane comunque accettabile.
Il Pelagosa era una nave da guerra posamine italiana della seconda guerra mondiale, un unità dedicata alla posa di torpedini sottomarine, soprattutto per creare sbarramenti sotto costa contro l'intrusione di sottomarini nemici. Fu varato nel 1927 nei cantieri di Castellamare di Stabia (NA), era lungo quasi 70 metri e largo 10, aveva due motori diesel da 700 cavalli l'uno, poteva raggiungere i 10 nodi ed aveva un equipaggio di 71 uomini. Era dotato anche di un cannone e due mitragliatrici.
Fu la prima nave italiana fatta colare a picco dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 dall'ex alleato tedesco. L'armistizio la sorprese nel porto di Genova. La mattina del 9 settembre per evitare la cattura da parte dei tedeschi che stavano occupando la città, il Pelagosa molla gli ormeggi e si dirige verso il porto di Livorno non ancora occupato. I tedeschi nella notte avevano occupato le batterie e i bunker sulle alture di Nervi e quando videro la nave aprirono il fuoco senza nessun avviso, centrando la nave e affondandola.
Il relitto è molto rovinato, ci sono lamiere e rottami sparsi sulla sabbia e la caratteristica particolare è che il troncone principale si trova capovolto, con la chiglia che guarda il cielo, posato su un fondo fangoso a circa 38 metri dalla superficie. Scendiamo seguendo il cavo del pedagno che ci porta a poppa dove si vedono bene la grossa pala del timone e i due reggi alberi delle eliche che non ci sono più. proseguendo verso prora, sul lato di dritta, tra i confusi rottami, spunta una torretta. Il tipo che è sceso con me, come da accordi presi in precedenza, penetra all'interno del relitto mentre io proseguo l'esplorazione esterna fino alla prua ed affacciandomi all'interno in alcune spaccature.
La prua è staccata dal troncone principale ed è molto mal ridotta, su uno spuntone ci sono uova di calamaro. Ci ritroviamo a poppa e cominciamo la risalita insieme dopo poco meno di 20 minuti di fondo con una miscela EAN 30% e una durata totale di 30 minuti senza accumulare minuti di deco. Ad un certo punto, mentre risaliamo, intorno a noi gira un banco di tonnetti e quando riemergiamo, poco distante dal gommone vediamo dei delfini. Una volta a bordo il gommone fa i capricci e non parte ma ci lavorano su e con un po' di fortuna riescono ad accenderlo. Con la stessa bombola, rientrati al molo e aspettato altri subacquei ci rimettiamo in mare e faccio un altra immersione sul lato esterno, in un angolo della diga foranea, del porto di Genova dove c'è il relitto di una chiatta usata per il trasporto dei massi per la costruzione della diga. Immersione facile e divertente. Verso le 15:30 mi rimetto in macchina ed arrivo a casa verso le 19:00.

gigipeis

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