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venerdì 25 gennaio 2008
*Ushuaia
giovedì 24 gennaio 2008
*Tierra del Fuego
martedì 22 gennaio 2008
*Puerto Natales
I
pullman diretti a Ushuaia sono tutti pieni e prenotati per vari giorni, così decido di fare il viaggio a tappe e da Calafate mi dirigo a Puerto Natales, in Cile. La maggior parte del tragitto si percorre su una strada sterrata. Lungo il cammino si vedono spesso grandi gregge di pecore coperte di spessa lana, qualche mucca e ogni tanto anche qualche mitico gaucho, pastori solitari a cavallo. Da lontano ci accompagna sempre il massiccio del Torre del Paine..JPG)
Varie ore dopo arriviamo al posto di frontiera argentino, scendo cinque minuti, soffia un forte e fastidioso vento, l’ autista mi dice che qui è sempre così. Poco dopo il paesaggio cambia notevolmente, scesi dalla piana meseta patagonica, tutto intorno ci sono verdi colline e i ghiacciai delle montagne si avvicinano sempre di più. Dopo pochi chilometri arriviamo alla dogana cilena, il paesaggio è cambiato ma il vento è lo stesso..JPG)
Ora che ho aggiunto il timbro del Cile al mio passaporto, mi mancano solo quattro timbri per completare il sud america, due stati indipendenti, Guyana e Suriname, e due colonie, Guaiana francese e le isole Falkland, inglesi, ma almeno per il momento non ho intenzione di aggiungerli..JPG)
Il paesaggio si fa sempre più interessante, le montagne si avvicinano, le colline si ricoprono di faggi, i prati sono coperti di bianche margherite, i pascoli sono pieni di vacche pezzate e poi si arriva a Puerto Natales,
incorniciata da picchi innevati e adagiata sullo stretto dell’ ultima speranza, uno specchio d’ acqua turchese, con case in legno e un bel lungomare.
Varie ore dopo arriviamo al posto di frontiera argentino, scendo cinque minuti, soffia un forte e fastidioso vento, l’ autista mi dice che qui è sempre così. Poco dopo il paesaggio cambia notevolmente, scesi dalla piana meseta patagonica, tutto intorno ci sono verdi colline e i ghiacciai delle montagne si avvicinano sempre di più. Dopo pochi chilometri arriviamo alla dogana cilena, il paesaggio è cambiato ma il vento è lo stesso.
Ora che ho aggiunto il timbro del Cile al mio passaporto, mi mancano solo quattro timbri per completare il sud america, due stati indipendenti, Guyana e Suriname, e due colonie, Guaiana francese e le isole Falkland, inglesi, ma almeno per il momento non ho intenzione di aggiungerli.
Il paesaggio si fa sempre più interessante, le montagne si avvicinano, le colline si ricoprono di faggi, i prati sono coperti di bianche margherite, i pascoli sono pieni di vacche pezzate e poi si arriva a Puerto Natales,
lunedì 21 gennaio 2008
*Ghiacciaio Perito Moreno
domenica 20 gennaio 2008
*Punta Tombo
Bruce Chatwin, nel suo libro "In Patagonia", riassume la storia dei gallesi che si stabilirono in questa valle così:
Nel 1865 centocinquantatre coloni gallesi sbarcarono a Puerto Madryn dal brigantino Mimosa. Erano poveracci, in cerca di un nuovo Galles, emigrati dalle loro valli perchè le miniere di carbone si erano esaurite, e inoltre a causa di un fallito motto d'indipendenza e per il veto posto dal Parlamento all'insegnamento del gallese nelle scuole. I loro capi avevano cercato in tutto il mondo un pezzo di terra libera e non inquinata dagli inglesi. Avevano scelto la Patagonia per il suo totale isolamento e il pessimo clima; non desideravano arricchirsi.
Il governo argentino concesse loro dei terreni lungo il rio Chubut: a 40 miglia di marcia da Puerto Madryn, attraverso un deserto di cespugli spinosi. Quando finalmente raggiunsero la valle, ebbero l'impressione che Dio, più che il governo argentino, avesse dato loro la terra.
venerdì 18 gennaio 2008
*Puerto Madryn
La città di Puerto Madryn, col suo bel lungomare e le varie proposte ecoturistiche a lei vicine, viene considerata la località
turistica estiva della Patagonia. Si presenta con belle spiagge, ed è anche la via d’ accesso per visitare la penisola di Valdez , a nord, la colonia di pinguini di Punta Tombo e le cittadine fondate dai coloni gallesi ed ancora legate alle loro tradizioni a sud, Puerto Madrin è stato il loro primo approdo. Viene anche considerata la capitale argentina delle immersioni,
infatti son venuto fin qui proprio per farmi due immersioni. La prima è stata la più bella, a poco meno di trenta metri di profondità, a circa due chilometri e mezzo dalla costa, si trova la Miralles, un peschereccio di sessanta metri, affondato nel 2004 per creare un attrattiva per i subaquei. Una volta equipaggiati, con un motoscafo raggiungiamo il posto, in mare aperto, scendiamo seguendo un cavo che arriva sulla prua della nave, ammiriamo per completo uno dei lati, arrivando fino in poppa, dove entriamo in una cabina, un breve percorso e poi usciamo da dove siamo entrati, poco dopo ci infiliamo in un buco ed entriamo in quella che era la stiva, un grande salone pieno di pesci, nei lati della stiva sono stati praticati dei buchi per far entrare la luce ed esser visitata comodamente. Usciamo dall’ alto e percorriamo un breve spazio dove si vedono gli scacchi rossi e bianchi di quello che una volta era il pavimento della coperta, poi entriamo nella cabina di prua, l’ imbarcazione è quasi per completo rivestita da alghe, molluschi, stelle marine ed altri abitanti sub marini, i pesci entrano ed escono indisturbati.
La seconda immersione la facciamo in un parco naturale, Punta Cuevas, poco distante dalla costa e poco profondo, più che altro per vedere la tipica vita del mare patagonico. Però si alza un forte vento e anche se siamo sott’ acqua ci disturba, l’ acqua si intorpidisce e la visibilità cala parecchio.
mercoledì 16 gennaio 2008
*Destinazione Patagonia
Mi vien da dire che fuori dal finestrino c’è solo il niente, però, qualcosa c’è. L’ autobus cammina su una lingua di strada asfaltata da chissà quanto tempo, di rado incrociamo qualche vettura, i tralicci dell’ alta tensione corrono di fianco alla carreggiata, non si allontanano mai tanto. Tutto intorno bassi cespugli, circondati da erbacce gialle e pietrisco. Paralleli alla strada anche dei bassi pali che sostengono una rete, che chiude il niente, come se a qualcuno interessasse entrare o come se dall’orizzonte a qualcuno o a qualche animale interessasse attraversare la strada. A dire il vero la recinzione è alta, a occhio, un metro, quindi se tu vuoi entrare puoi tranquillamente scavalcare. Nessuno ci farà caso.
Niente da raccontare, nulla da fotografare. Solo la sensazione di attraversare un altro posto che definirei suggestivo: la Patagonia.
Niente da raccontare, nulla da fotografare. Solo la sensazione di attraversare un altro posto che definirei suggestivo: la Patagonia.
martedì 15 gennaio 2008
*Piccola parentesi in Uruguay
lunedì 14 gennaio 2008
venerdì 11 gennaio 2008
*Buenos Aires
La storia di Buenos Aires inizia nel 1536, quando l'esploratore spagnolo Pedro de Mendoza si accampò su un promontorio sopra il Rio de la Plata. Da quel momento l'insediamento crebbe lentamente, ma in modo costante, grazie alle mandrie selvatiche di bestiame e di cavalli che proliferavano nelle Pampas. L'importanza di Buenos Aires, favorita dal suo grande porto per l'esportazione dei beni che offriva molte opportunità di lavoro, divenne tale che nel 1776 fu proclamata capitale del vicereame del Rio de la Plata. Nel 1816 a Tucuman, sotto il comando del generale José San Martin, le Province Unite del Rio de la Plata, dichiararono la propria indipendenza dalla Spagna. Verso la fine del XIX secolo Buenos Aires fu rimodernata e grazie all'immigrazione dall'Europa, in breve tempo raddoppiò la sua popolazione e fu ufficializzata come capitale federale.
Distinguo Buenos Aires
dal resto delle altre capitali del Sud America dalle facce della gente. La stragrande maggioranza della popolazione è chiaramente di origine europea, proveniente da ogni angolo del vecchio continente, anche se per le strade, nei mercati e alle fermate degli autobus si notano tante facce "andine".
Anche architettonicamente ricorda le capitali europee. L' Argentina non è esotica quanto i paesi con cui confina al nord, proprio perché l' Europa ha svolto un influenza fondamentale sulla nazione. Buenos Aires è famosa anche per il Tango ed il Calcio ma non nasconde pittoreschi quartieri con le vie acciottolate, negozi alla moda, un ottima cultura culinaria, cinema, gallerie d'arte, teatri e bar pieni di atmosfera.
A colpo d' occhio sembra voler nascondere la crisi economica che ha messo in ginocchio lo stato, e se non fosse per le madri-di-plaza-de-mayo, l' oscena dittatura militare e i suoi desaparecidos, ritornerebbero nell' ombra.
Distinguo Buenos Aires
mercoledì 9 gennaio 2008
*Inizia un Altro Viaggio in Sud America
Ieri mattina Rudy mi ha accompagnato in stazione a Reggio, da lì ho preso il treno per Bologna e quindi l' autobus per l' Aeroporto. Alle 12,30 parte l' aereo per Madrid e poco prima delle 5, da qui, parte l' aereo per Buenos Aires. L'aereo atterra circa all' 1, 30 della notte ma tra una cosa e un altra arrivo in centro alle 5, aspetto che arrivi il giorno e poi mi dirigo a San Telmo
alla ricerca di un ostello, chiedo qualche informazione in giro e mi sorprendo a vedere come sono gentili e disponibili i "porteños", solitamente gli argentini che ho conosciuto sono stati sempre un po sbruffoni e arroganti. Mi sistemo in un piccolo ostello pieno di turisti, "el Hostal de San Telmo"
dove dormo fino all' 1,30 poi esco a fare un giretto nei dintorni e mangiarmi un buon "Churrasco con marrones", innaffiato con del vino argentino, in una bettola del quartiere che in passato deve esser stato un bel bar, a me ricorda un po "Cacciapaglia", il dopolavoro di Carbonia dove andavo da ragazzino, e l' arredamento probabilmente é ancora Più vecchio. Continuo il giro ma c'é un caldo opprimente cosi decido di tornare in ostello a riposare.
domenica 11 novembre 2007
*El Bogotazo
Mentre mettevo ordine tra documenti, volantini, mappe e cartacce, accumulate anche nell’ultimo viaggio, mi son ritrovato in mano una banconota da mille pesos colombiana.
Color arancio marrone non bene definito, ritrae il lider politico Jorge Eliecer Gaitan e contiene due sue frasi storiche: “Yo no soy un hombre, soy un pueblo” (Io non sono un uomo, sono un popolo) e “El pueblo es superior a sus dirigentes” (Il popolo è superiore ai suoi dirigenti). Gaitan è forse il personaggio politico più importante e conosciuto della Colombia. Nel 1924 si laureo come avvocato all’università nazionale di Bogotà con la tesi: Le idee socialiste in Colombia. Due anni dopo andò in Italia dove prese il dottorato in giurisprudenza. Quando ritorna nel suo paese è eletto rappresentante della Camera, da dove denuncia il massacro dei lavoratori delle “bananeras” del Magdalena (fatti poi immortalati in “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez) che gli portò le simpatie dei settori popolari.
Nel 1931 divenne presidente della Camera e la sua posizione contro il monopolio delle terre gli diede il completo appoggio dei contadini. Nel ’33 fondò la “Unión Nacional Izquierdista Revolucionaria”. Nel ’36 fu eletto sindaco di Bogotà, nel ’40 fu nominato ministro dell’ educazione. Portò importanti riforme sociali, tra cui un ambiziosa campagna di alfabetizzazione. La sua politica era diretta contro le oligarchie e la restaurazione della morale della Colombia.
Nel 1946 si presentò alle elezioni presidenziali, ma le divisioni all’ interno del partito liberale diedero la vittoria al conservatore Mariano Ospina Pèrez, che inaugurò un periodo di dure rappresaglie contro i contadini e liberali.
Il 9 aprile 1948 nel centro di Bogotà
lo assassinarono. La sua morte provocò un enorme reazione popolare che distrusse il centro della capitale. Il presunto assassino fu seguito dalla gente presente in quel momento, lo linciarono e trascinarono fino al palazzo presidenziale, dove lasciarono il corpo distrutto, senza vita e nudo... altre fonti dicono che venne anche crocifisso. Però per la gente il vero colpevole era il presidente. La folla si rigetto sulle strade e quel giorno iniziarono i saccheggi e gli incendi, cominciò una rivolta popolare che voleva le dimissioni (più probabilmente la morte) del presidente conservatore Pèrez. All’inizio la polizia cercava di riprendere il controllo, poi molti poliziotti e militari si unirono alla rivolta, anche distribuendo armi, mentre altri aprirono il fuoco sui manifestanti. I cecchini impedirono l’entrata dei manifestanti al palazzo presidenziale. Cinque carro armati entrarono nella piazza, la folla credeva che appoggiassero la causa, ma una volta arrivati davanti al palazzo presidenziale girarono i cannoni e cominciarono a bombardare sulla moltitudine. La folla si disperse distruggendo tutto ciò che incontrava e che simbolizzava l’assassinio di Gaitan. 103 edifici furono distrutti, tra cui il palazzo di giustizia, il palazzo arcivescovile e il ministero del governo, chiese, scuole, negozi, magazzini e case. Le strade coperte di macerie. I tram (che erano un simbolo di Bogotà) tutti incendiati e dopo sparirono per sempre dal paesaggio urbano. Il 15 aprile, quando le forze governative ripresero il controllo alcuni edifici erano ancora in fiamme.
Il 16 plaza Bolivar evocava immagini da seconda guerra mondiale e i cadaveri nei cimiteri erano accatastati prima di esser sepolti in fosse comuni.
Y la muerte del pueblo fue como siempre ha sido:
como si no muriera nadie, nada,
Color arancio marrone non bene definito, ritrae il lider politico Jorge Eliecer Gaitan e contiene due sue frasi storiche: “Yo no soy un hombre, soy un pueblo” (Io non sono un uomo, sono un popolo) e “El pueblo es superior a sus dirigentes” (Il popolo è superiore ai suoi dirigenti). Gaitan è forse il personaggio politico più importante e conosciuto della Colombia. Nel 1924 si laureo come avvocato all’università nazionale di Bogotà con la tesi: Le idee socialiste in Colombia. Due anni dopo andò in Italia dove prese il dottorato in giurisprudenza. Quando ritorna nel suo paese è eletto rappresentante della Camera, da dove denuncia il massacro dei lavoratori delle “bananeras” del Magdalena (fatti poi immortalati in “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez) che gli portò le simpatie dei settori popolari.
Nel 1931 divenne presidente della Camera e la sua posizione contro il monopolio delle terre gli diede il completo appoggio dei contadini. Nel ’33 fondò la “Unión Nacional Izquierdista Revolucionaria”. Nel ’36 fu eletto sindaco di Bogotà, nel ’40 fu nominato ministro dell’ educazione. Portò importanti riforme sociali, tra cui un ambiziosa campagna di alfabetizzazione. La sua politica era diretta contro le oligarchie e la restaurazione della morale della Colombia.Nel 1946 si presentò alle elezioni presidenziali, ma le divisioni all’ interno del partito liberale diedero la vittoria al conservatore Mariano Ospina Pèrez, che inaugurò un periodo di dure rappresaglie contro i contadini e liberali.
Il 9 aprile 1948 nel centro di Bogotà
Il 16 plaza Bolivar evocava immagini da seconda guerra mondiale e i cadaveri nei cimiteri erano accatastati prima di esser sepolti in fosse comuni.
Y la muerte del pueblo fue como siempre ha sido:
como si no muriera nadie, nada,
como si fueran piedras las que caen sobre la tierra,
o agua sobre el agua.
(Pablo Neruda)lunedì 5 novembre 2007
*Luis Sepùlveda
Non era su nessuna cartina, ma sapevamo tutti come arrivarci.
C' erano unicorni e boschi di marijuana.
Adesso la frontiera è scomparsa.
Un tempo era così facile andare nel paese della felicità.
domenica 23 settembre 2007
*Qualche notizia in più su Cuba
Su Cuba ho scritto poco, non ho avuto molte occasioni di andare ad usare internet, ero a casa di Alessandro e Ariocha, vedendo al meglio come tirano a campare i cubani, vivendo in casa di una famiglia non legata direttamente al turismo e per il resto girando, con la macchina noleggiata, con gli autobus e con le vecchie automobili americane anni 50, per vedere altre realtà e fare il turista fai da te come è mio solito, anche se ero con amici e non solo come sono abituato a viaggiare.
A “La Habana”, ci son stato per pochi giorni. Appena arrivati abbiamo preso un autobus con destinazione Santiago de Cuba, tutta la notte in strada, e le case della periferia della capitale mi ricordavano le strade di Managua,
stesse case basse, fatiscenti, colorate e con pesanti inferriate alle porte e alle finestre. Due giorni invece li ho trascorsi quando dovevo prendere l’aereo per il Venezuela, circa un mese dopo, accompagnato da Alessandro e Georby, il fratello di Ariocha, con una QuQu, piccolissima macchina cinese, a noleggio, ospitati da degli zii.Però a cuba “hay que luchar”.
La maggior parte dei cubani esprime il suo dissenso, non sul terreno della politica, ma su quello dell’economia. Il mercato nero è dappertutto, è onnipresente, è uno degli dei di Cuba. I cubani cercano di migliorare la loro situazione prendendo ciò che possono dal posto di lavoro. Quello che non usano lo vendono. Questo “Mercato” straccione, questa "Economia" basata sulla scarsità e la finta cecità da parte dello stato socialista, fanno si che il sistema, un po' zoppicante, si regga in piedi. Tutti ci marciano e tutti sanno che una Cuba capitalista non sarà mai una Germania o una Repubblica Ceca ma piuttosto una Haiti o una Repubblica Dominicana. Quando Fidel se ne andrà, e il sistema attuale cadrà per far posto al vero capitalismo, la fame di oggi si trasformerà in malnutrizione, i piccoli furti in rapine a mano armata, i lavoratori che oggi non fanno niente diventeranno disoccupati di massa, la corruzione di oggi diventerà etica pubblica.A Cuba tutti vogliono cambiare. E a Cuba tutti hanno paura di cambiare.
Anche con tutti i problemi economici,
Cuba presenta i bambini meglio nutriti, gli scolari meglio assistiti di tutti i paesi dell’America Latina che ho visto. Dicono che la rivoluzione ha tante colpe, chiede troppi sacrifici alla gente, però tutta questa fatica sembra garantire un futuro ai bambini. Ma a dire il vero io non vedo questo futuro, un presente eccellente, non c’è che ammetterlo, però non ho visto futuro nelle ragazzine di quindici o sedici anni che ci proponeva un ragazzo, loro coetaneo, vicino al malecon de L’Avana. Ma mi piace pensare anche che Cuba non è solo L’Avana.
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