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lunedì 24 marzo 2008
*Tercer Dia
* II°giorno alle Galapagos
Il pomeriggio, con un pick-up, accompagnati da uno studente guida naturalista e da un padre con due figlie adolescenti, ci dirigiamo verso la parte alta dell’isola. La prima sosta è per visitare “los gemelos”, due grossi crateri.
La notte, dopo cena, con Mabel andiamo a fare un giro sul lungomare e
sabato 22 marzo 2008
*Arrivo alle Galapagos
L’ultima notte a Guayaquil non dormo bene,
sono agitato ed eccitato dall’idea di andare finalmente alle isole Galapagos, è un idea che mi perseguitava dal 2005 ma che non pensavo si realizzasse. Andare alle Galapagos è caro, ma ho dei soldi messi da parte per far qualcosa con Gianina, è visto che la nostra relazione è terminata… bhe, li posso spendere come meglio credo.
La mattina la città sembra deserta, ieri era festa, venerdì santo, ma qualche tassista lavora anche oggi e in pochi minuti arrivo all’aeroporto. Pago 10 dollari d’immigrazione, le isole sono territorio ecuadoriano ma c’è un controllo per chi entra e chi esce, non si può star lì per più di un certo tempo. Dopo controllano i bagagli, non si può portare frutta né altre cose organiche. Finalmente arriva il check-in e quindi posso entrare nella sala delle partenze, i soliti controlli, poi approfitto del wi-fi
per connettermi ad internet gratis e faccio due chiacchiere virtuali con Rudy, il tempo passa in fretta ed è già ora di salire sull’aereo. Sono uno degli ultimi e mi dicono che posso sedermi dove voglio, mi siedo vicino all’entrata. Poco prima di arrivare disinfestano l’aereo con uno spray, dicono che è permesso dall’organizzazione mondiale della sanità e quindi non dovrebbe farci male… chissà. 
Le isole “incantate” distano circa mille chilometri a ovest del continente sud americano, in pieno oceano pacifico e il loro isolamento biologico ha dato vita a flora e fauna uniche al mondo.
Dopo un’ora e mezzo finalmente l’aereo atterra sull’isola Baltra, controllano il passaporto, pago i 100 dollari d’entrata al parco e vado per i bagagli, poco fuori c’è un omino con un cartello con due nomi scritti su. Uno dei due è il mio.
L’altro nome è di una ragazza di Guayaquil, Mabel, che fino al 25 ha il mio stesso “pacchetto”. L’aeroporto di Baltra è il più importante delle isole Galapagos, fu costruito dalla marina degli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale per pattugliare il canale di Panama.
Ritirati i bagagli saliamo su un autobus della compagnia aerea che ci porta al molo del canale di Itabaca,
dove ci imbarchiamo per l’isola Santa Cruz. Dall’autobus, giù nel mare, vedo già la prima tartaruga marina che emerge e poi sparisce, e una volta arrivati al molo c’è il primo “lobo marino” (un’otaria) e su degli scogli poco lontano delle sule dai piedi blu.
Centocinquanta metri di mare calmo e cristallino separano la piccola isola di Baltra da Santa Cruz. Una volta a terra saliamo sul pick-up dell’omino che è venuto a prenderci per andare a Puerto Ayora.
Quarantadue chilometri di strada, passando per la parte alta dell’isola, ricca di vegetazione.
Puerto Ayora è il maggior assembramento umano dell’arcipelago, dove c’è l’hotel che mi ospiterà per quattro notti, l’ultima notte la passero nell’isola di San Cristòbal. Arrivati alla cittadina, l’anfitriona, amministratrice e proprietaria dell’”hotel España” Esther, spiega il programma del pacchetto a me ed a Mabel, che diventerà per i prossimi tre giorni la mia compagna d’avventure e vicina di stanza.
Pranziamo poi andiamo a vedere il lungomare, alle tre in hotel ci viene a prendere un taxi che ci porta alla stazione scientifica Charles Darwin, seguiti in bicicletta da un vecchio che sarà la nostra guida. Oltre a delle nozioni e notizie sulle isole, il centro alleva tartarughe Galapagos per poi re introdurle nel loro habitat naturale. Rientriamo in hotel a piedi, che non è lontanissimo, fermandoci a vedere il piccolo mercato
artigianale di souvenires e qualche negozio. È ora di cena, poi un altro giro per il lungomare a contemplare il mare e ammirare qualche animale. Verso le dieci andiamo, con altri ospiti dell'hotel ed Esther in un bar-discoteca, Bongo, le donne giocano a bigliardo, io bevo qualche birretta e mi guardo intorno.
Le isole “incantate” distano circa mille chilometri a ovest del continente sud americano, in pieno oceano pacifico e il loro isolamento biologico ha dato vita a flora e fauna uniche al mondo.
Dopo un’ora e mezzo finalmente l’aereo atterra sull’isola Baltra, controllano il passaporto, pago i 100 dollari d’entrata al parco e vado per i bagagli, poco fuori c’è un omino con un cartello con due nomi scritti su. Uno dei due è il mio.
Ritirati i bagagli saliamo su un autobus della compagnia aerea che ci porta al molo del canale di Itabaca,
Centocinquanta metri di mare calmo e cristallino separano la piccola isola di Baltra da Santa Cruz. Una volta a terra saliamo sul pick-up dell’omino che è venuto a prenderci per andare a Puerto Ayora.
Puerto Ayora è il maggior assembramento umano dell’arcipelago, dove c’è l’hotel che mi ospiterà per quattro notti, l’ultima notte la passero nell’isola di San Cristòbal. Arrivati alla cittadina, l’anfitriona, amministratrice e proprietaria dell’”hotel España” Esther, spiega il programma del pacchetto a me ed a Mabel, che diventerà per i prossimi tre giorni la mia compagna d’avventure e vicina di stanza.
giovedì 20 marzo 2008
*... e poi Guayaquil
La notte del 16, dopo due notti e un giorno passati a Quito,
venerdì 14 marzo 2008
*Nuovamente in Ecuador
Un lungo viaggio fino a Quito, la capitale dell’Ecuador. Le ore d’autobus aumentano perché le piogge degli ultimi giorni hanno causato frane, vicino alla frontiera che fino a pochi giorni fa era chiusa per rotture diplomatiche, dei grossi massi in mezzo alla strada fermano il traffico per qualche ora,
la strada è piena di gente che va avanti e indietro, scende dai vari autobus, dai camion e dalle macchine. Quando riescono ad aprire il passo si crea un casino perché tutti vogliono passare e la strada rimane bloccata per almeno un'altra mezzora. Le pietre che son cadute in mezzo alla strada sono enormi, ed hanno distrutto una specie d’area di servizio, spero che non ci fosse nessuno al momento ed un po’ m’intimorisco,
pensando che tutto il tragitto è a rischio frane. Nel sedile di fianco al mio c’è una ragazza di Bogotà che sta andando a Guayaquil, un anno fa l’ex marito ha rapito i suoi due figli ed è da allora che non ha notizie dei bambini. Pochi giorni fa gli hanno comunicato che i suoi figli sono a Guayaquil e vuole andare a riprenderseli. Non ha mai viaggiato, non conosce nessuno a Guayaquil, ha pochi soldi ed è molto stressata. L’aiuto a passare la frontiera, gli fanno delle storie perché ha pochi dollari e io dico che viaggiamo insieme, questo mi costa un accurata ispezione degli zaini, ma alla fine tutto fila liscio, e pensare che neanche conosco il suo nome.
Pranziamo insieme e poi prendiamo lo stesso pullman, solo che io la notte scendo a Quito, lei continua per altre dieci ore fino a Guayaquil. Spero tutto gli vada bene, mi sembra una brava ragazza, preoccupata e sprovveduta, mi piacerebbe aiutarla, ma non so in che modo
giovedì 13 marzo 2008
*Bogotá
mercoledì 12 marzo 2008
*Ultimo giorno a Santa Marta
Santa Marta,
attuale capitale del “departamento”
del Magdalena, è uno dei porti turistici più grandi della Colombia. È stata fondata nel 1525 da Rodrigo De Bastidas, ed è la città più antica costruita dagli spagnoli in Colombia. Da qui inizio la campagna di conquista del “Nuovo Regno di Granata” e nonostante fu rimpiazzata da
Cartagena come principale porto caraibico durante la colonia, Santa Marta governava il paese in quell’epoca. Le strade vicino alla spiaggia conservano ancora tante casone coloniali con uno stile decadente che mi affascina.
Pensavo di andar via oggi, invece mi propongono altre due immersioni super scontate che non posso rifiutare, così salgo un'altra volta sulla “Blacky dos” per poi immergermi nuovamente nel mare Colombiano.
La notte vado a fare l’ultima passeggiata in spiaggia e poi a cenare con un bel piatto di gamberoni con insalata e patate fritte.
lunedì 10 marzo 2008
*Quinta de San Pedro Alejandrino
L’anno scorso, a Caracas, ho visitato la casa dove era nato Simon Bolivar, el libertador. Con Anamaria, la segretaria dell’Atlantic Divers,
e la figlia andiamo a vedere la casa dove morì. Anamaria ha un piccolo e vecchio motorino, subito saliamo tutti e tre sul rottame, però il mio povero sedere sul portapacchi e la gamba destra penzoloni non sopportano la tortura e quindi a metà strada fermiamo un mototaxi che con pochi pesos mi scarrozza fino a là.
La “Quinta de San Pedro Alejandrino” si trova poco fuori Santa Marta, ed è un “Hacienda” costruita nel XVII secolo, dedita alla coltivazione della canna da zucchero, la produzione di rum, “panela” (zucchero grezzo in mattoni tipico della Colombia) e miele.
È stata fondata nel 1608 e col tempo ha cambiato 15 proprietari, illustri personaggi della colonizzazione spagnola. Bolivar arrivò il 6 dicembre 1830, ospitato dall’allora proprietario, Joaquin de Mier. Dopo aver rinunciato alla presidenza della Colombia, pianificò viaggiare a Giamaica e poi in Europa, ma il suo stato di salute gli e lo proibì. Bolivar muore il 17 dicembre dello stesso anno. Il suo corpo fu velato nella “casa de la Aduana” (primo edificio della città, ex casa del governo ed ora sede di un museo) prima d’essere sepolto nella cattedrale,
per poi essere trasferito a Caracas dodici anni più tardi, come da lui richiesto nel testamento. Da qualca parte nascosta dentro la cattedrale c’è un urna con le ceneri del cuore del Libertador, ossequiate dal Venezuela come mostra di gratitudine per aver custodito i suoi resti.
Dopo la morte di Bolivar la “Quinta” fu abbandonata fino al 1891, quando fu acquisita dal departamento (più o meno come le nostre regioni) del Magdalena e fu restaurata per la prima volta. Restavano solamente i muri, parte dei tetti caduti e i macchinari rubati o distrutti.Nel 1942 s’inaugura l’altare della patria e pochi anni più tardi si costruisce anche il museo d’arte.
sabato 8 marzo 2008
*Tutto si risolve diplomaticamente e io vado sott'acqua.
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