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giovedì 6 marzo 2008

*Una nuova guerra?

Diciotto ore dopo esser salito sull’autobus per Santa Marta finalmente arrivo, un bel sole e il caldo secco mi rincuorano. Con un taxi giallo raggiungo il mio solito Hotel Miramar. Le giornate passano tranquille, tra la spiaggia e tante immersioni, mangiando pesce e gamberoni quasi tutti i giorni e bevendo succhi di frutta fresca, birre e pepsi.
Il primo marzo l’esercito colombiano bombarda un accampamento delle FARC (forze armate rivoluzionarie colombiane), un gruppo guerrigliero di sinistra ritenuto terrorista, dove muore “Raul Reyes” il numero due di questo esercito rivoluzionario. Il campo bombardato si trova dall’altra parte del confine colombiano, in Ecuador, e l’azione militare è effettuata senza il permesso di questo stato. Il presidente Rafael Correa s’indigna e chiude i contatti diplomatici con la Colombia, supportato dal Venezuela e dal Nicaragua, il presidente del Venezuela, Chavez, invia 10 battaglioni dell’esercito lungo la frontiera, a mio avviso come provocazione, e si parla di chiudere le frontiere con Ecuador e Venezuela, già chiuse ai trasporti commerciali. Un po’ mi preoccupa perché devo tornare in Perù per prendere l’aereo per rientrare a casa, e per arrivare in Perù senza spendere tanti soldi devo attraversare l’Ecuador. In televisione e per la strada già parlano di guerra, ma ci credo poco, penso che in pochi giorni tutto si sistemerà diplomaticamente.

martedì 4 marzo 2008

*Leticia

Il 25 mattina con una barchetta piena di piccoli studenti vado a Leticia, in Colombia, con un mototaxi raggiungo l’aeroporto dove faccio il check-in e lascio lo zaino grande, vado in centro a fare un giro, a parte qualche negozio d’artigianato indigeno la città non offre nulla d’interessante, però mi da una sensazione piacevole camminare per le sue strade male asfaltate, un alone di porto di contrabbando dove tutto e tutti sembrano non rispettare a pieno le leggi. La frontiera con il Perù è chiara, bisogna attraversare il fiume, ma la frontiera col Brasile è una pura linea immaginaria, si arriva ad un certo punto e una specie di lapide con le bandiere dice da che parte stai, una via, poco lontano ha le case da una parte della strada che sono colombiane e dall’altra parte brasiliane. Si può passare tranquillamente da uno “stato” all’altro senza controlli di nessun genere. Purtroppo ho la batteria della macchina fotografica scarica e non posso fotografare nemmeno la brutta chiesa, tanto meno la brutta piazza… in ogni caso non c’è niente da fotografare, tutto il fascino sta nell’atmosfera che si respira e nella sua poco tranquilla storia.
La zona dove si trova Leticia era peruviana ed è stata fondata come porto fluviale nel 1827 dal governatore della regione Loreto (Perù, dove si trova Iquitos che è il capoluogo) con il nome di San Antonio. Alla fine dello stesso anno la ribattezzano Leticia in onore ad una certa Leticia Smith, residente ad Iquitos ma che ignoro chi fosse. All’inizio del ventesimo secolo comincia ad acquisire importanza come porto e si realizza la dogana, parallela al porto brasiliano di Tabatinga. Nel 1922 un trattato quasi segreto cede un pezzo di territorio peruviano alla Colombia con la città di Leticia inclusa. Nonostante i suoi abitanti erano coloni peruviani, cambiarono forzatamente nazionalità. Il trattato rimase segreto fino alla caduta del dittatore peruviano Leguia, nel 1930.
Nel 1932 la Colombia non rispettò il trattato ostacolando la navigazione ed il commercio nei fiumi putumayo e amazonas (rio delle amazzoni) al Perù e occupando territori peruviani. Un commando di 48 uomini, quasi tutti civili di Iquitos, assaltò Leticia e la occupò, catturando le autorità e la guarnigione colombiana che contava con quasi 200 uomini. Le truppe colombiane furono disarmate e insieme alle autorità espulse e mandate in Brasile. Il commando insorse spontaneamente e quando il presidente del Perù lo viene a sapere invia le truppe della fanteria di Iquitos a Leticia per supportare il commando. Nella regione c’è petrolio e quindi il governo colombiano invia una divisione di tremila uomini per riprendere Letizia. Inizia una guerra per fiumi, terra e aria, sconfitte e vittorie per entrambi i fronti. La Colombia aveva aerei più moderni, pilotati da mercenari tedeschi reduci della prima guerra mondiale, che disertarono quando fu abbattuto il primo di loro, oltre all’ospitalità del Brasile che permetteva alle barche da guerra di navigare sul suo territorio. L’ esercito colombiano non arrivò mai a Leticia, la vittoria militare sembra sia stata peruviana, ma alla firma della pace, nel maggio ’34 Leticia e tutto il territorio ceduto alla Colombia con il trattato del 22 ritorna ad essere colombiana.
Com’è d’obbligo l’aereo per Bogotà parte in ritardo, due ore di volo e dall’aeroporto, con un taxi, raggiungo la stazione degli autobus. Mezz’ora dopo, alle 19, salgo sul bus per Santa Marta e il mar dei carabi. Ennesima notte passata in Autobus.

lunedì 3 marzo 2008

*Santa Rosa

Alle 4 del mattino di sabato 23 febbraio arrivo all’isola peruviana di Santa Rosa, slego la mia amaca, riordino lo zaino, poi scendo al piano di sotto, dove mi siedo su uno sgabello aspettando di poter scendere. E ho da aspettare parecchio, tra la gente e i marinai assonnati che subito dicono che posso andar via alle sei, poi alle otto, stiamo aspettando che gli ufficiali della dogana peruviana vengano a controllare la merce, fino allora nessuno può scendere. Tutta la notte è piovuto, e anche adesso piove tanto, le gocce d’acqua sembrano secchiate. Poco prima delle otto arrivano due soldati in mimetica, gli chiedo dove posso far timbrare l’uscita dal Perù sul passaporto, m’indicano una casa dipinta di giallo e mi dicono che posso andare via. Per un attimo smette di piovere e ne approfitto, un sentiero di fango argilloso mi porta alla casa gialla, è una delle tre costruzioni in materiale nobile dell’isola, le altre sono il commissariato di polizia e dall’altro lato, lontano dal molo, una chiesa evangelista. Busso alla porta ma nessuno mi apre, aspetto sotto la piccola tettoia che mi ripara dalla pioggia. Alle 9 una bella ragazza, con dei jeans tagliati come quelli che usava la cugina di Bo &Luke, nel telefilm Hazard, apre la porta e mi fa entrare, gentilissima mi dice di aspettare un momento e poi mi timbra il passaporto. Smette di piovere e vado alla riva del fiume dove salgo su una barchetta che mi porta a Leticia in 10 minuti, fermandosi prima al molo di Tabatinga a far scendere due signori. Cammino un po’ per le strade di Leticia, molto più moderna, con semafori agli incroci, mototaxi, banche con bancomat e internet point. Cerco similitudini con Iquitos, ma non ne trovo tante, le case e l’architettura in generale sono diverse, anche le facce della gente. Dopo aver prelevato contanti da un bancomat, con un mototaxi, che qui sono moto e non motocarri e caricano solo una persona, mi dirigo all’aeroporto per timbrare l’entrata in Colombia sul passaporto e chiedere informazioni sui voli per Bogotà. Vado subito all’ufficio immigrazione e sbrigo tutto molto in fretta, però mi dicono che per i voli è meglio andare nelle agenzie del centro perché qui aprono solo quando ci sono voli. Così m’incammino nuovamente per il centro, fino a che non incrocio un mototaxi che mi porta dritto fino agli uffici e biglietteria d’Aerorepublica. Volendo posso partire oggi pomeriggio, ma partendo lunedì risparmio parecchio, così decido di star qui, alla triplice frontiera, fino al 25. Decido di passare le notti a Santa Rosa, molto più tranquilla ed economica di Leticia o Tabatinga, anche se le pensioni sono molto spartane, devo dormire sotto una zanzariera per evitare che mi mangino le zanzare e la corrente elettrica c’è solo per quattro ore, dalle sei alle dieci di notte. Così, anche se ufficialmente sono uscito dal Perù, passo altri due giorni qui. Rientrato a Santa Rosa, dove si beve Inca Cola, si ascolta Vallenato e i bambini vestono magliette del Brasil, ricomincia a piovere e dopo aver lavato le scarpe piene di fango, mi sdraio rapito da Morfeo.Il pomeriggio, nel bar-ristorante davanti all’albergo, conosco il fratello della padrona che si occupa dell’albergo e il meccanico di Tabatinga che è venuto ad aggiustargli il generatore per il bar, m’invitano a bere birra con loro, in una specie di rituale che mi dicono peruviano, ma che non conosco e penso che non sia vero, in un solo bicchiere beviamo a turno, le birre diventano tante, il bicchiere rimane sempre lo stesso, fin che devono andar via e m’invitano a Tabatinga per continuare la bevuta. In cinque minuti di barca arriviamo, ci fermiamo un attimo a casa di Antonio, il fratello della padrona dell’hotel, mentre William, il meccanico va a casa sua. Qui la gente parla portoghese, la cittadina è cento per cento Brasiliana. Mezz’ora dopo arriva William con la sua moto e mi porta in un bar, va a caricare Antonio e poi ritorna, comincia anche qui la carrellata di birre e siamo accompagnati da musica brasiliana dal vivo e da grossi Wurstel che qui chiamano “calabresa”. Intorno alla mezzanotte però mi prende la noia e quindi il sonno, così decido di andar via, William mi affida ad un amico che mi accompagna al molo, però lì non incontro nessuno disposto ad accompagnarmi a Santa Rosa, mi consigliano di andare a Leticia che da lì è più probabile. M’incammino, non sapendo bene per dove, per stradine buie e minacciose, fino a che non arrivo in un bar dove sento la gente che parla spagnolo e fuori ci sono dei mototaxisti parcheggiati. Con uno vado al molo di Leticia, che non era poi così vicino come mi avevano detto a Tabatinga, e dopo un quarto d’ora finalmente trovo un barcaiolo che mi accompagna, sono solo e quindi devo pagare un po’ di più, all’incirca tre euro per cinque minuti di navigazione, di giorno però non ho mai pagato meno di un euro. Arrivo a Santa Rosa che è immersa nel buio e nel silenzio più assoluto e le uniche luci che vedo sono quelle dalla parte di Leticia e Tabatinga che si riflettono sul rio delle amazzoni.

venerdì 22 febbraio 2008

*Verso la triplice frontiera

Ieri alle nove c’è stata una falsa partenza, il barcone si è solo spostato per far posto ad un altro che doveva sbarcare, però pochi minuti prima delle dieci lasciamo finalmente Iquitos.
Oggi la barca non è più piena come ieri, molte persone sono scese in mattinata a Pevas, uno dei villaggi più antichi che si incontrano sul Rio delle Amazzoni.
La barca fa tante fermate, per far scendere alcune persone o scaricare merce. Soprattutto si ferma in piccoli villaggi ma a volte anche in zone dove c’è solo una casa. Ho anche visto i delfini, dove un fiume di colore scuro sboccava sul Rio, poco lontano da una segheria dove hanno scaricato merce.
In un piccolo villaggio hanno scaricato la carcassa di un vecchio frigorifero e dei blocchi di ghiaccio, nella maggior parte dei villaggi non c’è corrente elettrica, in alcuni c’è solo alcune ore la notte. Un villaggio con poche capanne ha un cartello che dice: benvenuti a Beiruth.
Poco dopo ci fermiamo in un villaggio che ha un cartello col simbolo del Frepap. Tante donne e bambine indossano il tipico copricapo del Frepap. In Perù è frequente vedere donne con questo copricapo, che è solo un velo di color blu, quasi viola. Da quello che ho capito il Frepap è un movimento politico-teologico, una specie di ideologia-religione, il loro simbolo è un pesce con la scritta Frepap, ho provato a cercare più informazioni su internet, ma non si trova granché e anche Gianina non mi ha saputo spiegare bene.
Oggi sono più tranquillo di ieri, ho fatto qualche chiacchiera con dei vicini di amaca e con dei bambini, mi sento bene e con lo spirito d’affrontare nuove avventure. Navigare sul Rio delle Amazzoni e fermarsi, se pur per pochi minuti, nei suoi tipici e miseri villaggi mi dà la carica.

giovedì 21 febbraio 2008

*Continuo il Viaggio

Eccomi qui, sulla mia nuova amaca, il caldo e le zanzare m’irritano.
La barca è relativamente piccola, più piccola di quelle che ho preso in passato. Da Iquitos mi porterà a Santa Rosa, un piccolo villaggio su un’isoletta del Perù sul rio delle Amazzoni davanti a Leticia (Colombia) e Tabatinga (Brasile). Con questo tratto di fiume, due notti e un giorno, completo la navigazione del grande fiume. Nel 2005 ero arrivato a Leticia in aereo da Bogotà, avevo preso una barca fino a Manaus (tre giorni e tre notti), dopo qualche settimana, da Manaus un'altra barca mi aveva portato a Belem (quattro notti e tre giorni) quasi alla foce del fiume.
Diversi mesi più tardi in Perù, da Yurimaguas mi ero imbarcato alla volta d’Iquitos. Navigando prima sul fiume Huallaga, poi sul Marañon e quindi, circa all’altezza di Nauta, dove il Marañon si unisce con l’Ucayali, sul Rio delle Amazzoni. L’anno scorso ho rifatto il tragitto da Yurimaguas ad Iquitos e anche risalendo i fiumi, da Iquitos a Yurimaguas.
Sono passate tre ore, sono le otto e non siamo ancora salpati. Sono irritato, scocciato, incazzato col mondo. Tutto mi dà fastidio. Odio tutti.
Sono l’unico straniero nella barca, sto al secondo piano adibito al trasporto persone, i bagni sono al piano di sotto, la barca è piena di gente e i venditori ambulanti continuano a salire e scendere urlando ciò che vendono.
Nei viaggi passati trovarmi in queste situazioni, in posti così autentici e pieni di gente reale, mi ha sempre entusiasmato e incuriosito. Oggi provo fastidio. Forse la loro serenità, tutti sembrano felici, i bambini giocano, gli anziani sorridono. Io mi sento solo e deluso per la fine della mia relazione con Gianina.

*Adios Amor

Poco dopo le 4 lascio le chiavi dentro la stanza, con lo zaino sulle spalle chiudo la porta, metto il lucchetto e lo chiudo. Gianina è a scuola.
È un addio a tutto quello che ho comprato con e per lei, è un addio ad Iquitos, forse un addio al Perù, soprattutto è un addio a Gianina.
Ci siamo promessi di rimanere amici e continuare a sentirci via internet, ma so che col tempo ci perderemo.
Sono deluso.

domenica 17 febbraio 2008

*Arrivo in Perù... ma...

Arrivo ad Arica la mattina presto del 10, trovo subito un taxi collettivo che mi porta a Tacna, le formalità alla frontiera sono rapide. Arica è la città più a nord del Cile, Tacna è la città più a sud del Perù. L’ autobus per Lima parte alle 2 del pomeriggio, il Perù, in questo periodo dell’anno, è due ore indietro rispetto al Cile. Ho tutto il tempo di andare a visitare il centro, la piazza de armas e fare colazione-pranzo. Arrivo a Lima alle 10 del mattino del giorno seguente, dopo tre notti che dormo in autobus, mi sistemo al Hotel Rodas 2, il mio solito Rodas 1 è pieno. Passo due giorni a Lima, compro il biglietto per Iquitos, vado a trovare i genitori di Gianina e faccio alcune compere. L’ aereo per Iquitos parte in ritardo, arrivo che è buio e piove, Gianina non è venuta in aeroporto, con un mototaxi vado in centro, nella casa dove lei ha una stanza ed è lì che mi aspetta, assonnata ma con un bel sorriso in faccia. Sto a Iquitos vari giorni, le cose con Gianina non vanno molto bene, lei è sempre impegnata, o con lo studio o con l’agenzia viaggi dove ha iniziato a lavorare. Ci vediamo pochissimo e questo mi da fastidio perché son venuto fin qui per lei.

sabato 9 febbraio 2008

*Seconda fermata... Antofagasta

La mattina molto presto mi sveglio ad Antofagasta, è ancora buio, ma per fortuna la biglietteria di una compagnia d’autobus è aperta e posso comprare il biglietto per Arica. La ragazza dietro lo sportello mi dice che non ci sono posti per oggi, poi però quando controlla trova un unico posto libero per le sei di sera. Il terminal degli autobus è a solo due isolati dalla piazza, una bella piazza alberata con un orologio in mezzo regalato dagli inglesi per qualche anniversario. Lascio lo zaino grande in custodia e vado a sdraiarmi su una panchina, mi addormento con lo zainetto come cuscino fino a che il sole non mi sbatte in faccia. Mi riprendo un attimo poi vado alla ricerca di un posto per far colazione. Vado a fare un giro al mercato, nella piazza di fronte c’è un monumento dedicato ai 200 anni d’indipendenza del Cile … niente di strano se non che il Cile non ha ancora compiuto 200 anni d’indipendenza, che dovrebbero scoccare nel 2010 (anche se l’indipendenza vera e propria arriva nel 1818).
Con un pulmino vado a visitare la “portada” sedici chilometri a nord del centro passando per quartieri periferici, trasandati e decadenti che potrebbero essere il suburbio di qualsiasi città del sud america. La portada è un arco naturale creato dall’erosione marina, alto 43 metri. Le spiagge di fronte sono chiuse per lavori di “miglioramento”, così mi accontento di ammirarlo dall’alto, perché le spiagge sono sotto, giù dagli strapiombi.
Tornato in centro passo un po’ di tempo in internet e telefono a Gianina, poi vado al terminal ad aspettare l’autobus che arriva un’ora dopo… seconda notte di fila che dormo in autobus. Il Perù si avvicina.

venerdì 8 febbraio 2008

*Verso il Perù... prima fermata, LaSerena

Mi han detto che sarei arrivato all’incirca all’una, dopo 5 ore di autobus, invece arrivo alle tre, due ore di autobus in più, ma che in un viaggio così lungo non si fanno sentire più di tanto. Compro subito il biglietto per antofagasta che parte alle 6 e ha un solo posto disponibile. Lascio lo zaino dalla gentilissima ragazza del chiosco delle informazioni e vado a visitare il centro, ma più che altro voglio visitare il museo dove c’è un Moai, questo e quello di Viña del Mar dovrebbero essere gli unici due Moai nel Cile continentale, in totale, secondo il museo, sono 12 i Moai portati fuori dall’isola di Pasqua. Anche questo museo ha un interessante sala dedicata a Rapa-Nui, più una collezione di ceramiche precolombiane Diaguita. Anche qui, però in forma permanente, ci sono due teste rimpicciolite Jibaros. La Serena ha un bel centro coloniale ben conservato, ed è la seconda città fondata dagli spagnoli in Cile nel 1544. Cinque anni più tardi un’insurrezione indigena provocò la morte della maggior parte degli spagnoli, distruggendo e incendiando la città. Poco dopo Valdivia ordinò di rifondare la città. Ritorno a piedi al terminal degli autobus e dopo pochi minuti salgo sul bus diretto ad Antofagasta.

giovedì 7 febbraio 2008

*Viña del Mar

Dall’ avenida Brasil, pochi isolati dalla vecchia pensione dove alloggio, prendo un pulmino che mi porta a Viña del Mar, la principale località balneare del Cile. In concreto sono attaccate ma diversissime per quanto riguarda il loro aspetto e l’atmosfera. Dalle caotiche stradine con colorate e decrepite case di Valparaiso si passa ad una moderna città con grattacieli e larghi viali alberati con lunghissime spiagge di sabbia. La piazza centrale è verdeggiante e piena di grandi alberi. Vado a visitare il museo archeologico, fuori da questo c’è una statua dell’ isola di pasqua, un moai, dentro un’interessante sala dedicata all’ isola, poi altre sale dedicate ai Mapuche e altre cose. C’è anche una mostra temporanea con tre teste rimpicciolite dai famosi indios Jibaros dell’amazzonia e la spiegazione di come le realizzavano. Dopo qualche foto al Moai e un piatto di ravioli non proprio buoni, vado a passare il pomeriggio al sole in spiaggia.

martedì 5 febbraio 2008

*Valparaiso

Dall’ ostello di Santiago, con la metro, raggiungo la stazione dei pullman di “los heroes”, a poche fermate, e da qui, con un autobus raggiungo in poco più di due ore la bella Valparaiso. È una grande città portuale del Cile centrale posta in una baia con le colline tutto intorno, sembra un anfiteatro che guarda all’ oceano Pacifico. È stata dichiarata patrimonio culturale dell’ umanità dall’ unesco. Una sua particolarità sono i vari ascensori, o meglio, funicolari, che sono stati costruiti tra il 1883 e il 1916 per collegare la città bassa, il centro, con le zone residenziali che venivano costruite sui colli. È piacevole camminare nel groviglio di strade labirintiche tra le colorate casette che scendono giù dalle colline, accompagnato da bei paesaggi. La città bassa è piena di strade strette piene di traffico, negozi, banche, uffici intorno alle banchine e al porto, che una volta furono la fortuna di Valparaiso. Una fortuna persa da tempo che lascia respirare un atmosfera decadente.

*Libertad???

Tra le mani mi è capitata una monetina da 10 pesos, è del 1981, in una faccia è raffigurata una donna alata che rompe le catene che ha ai polsi, poi ci sono le parole “Republica de Chile” “Libertad” e una data 11-IX-1973.
Mi chiedo a cosa si riferisca la parola “Libertad”.
Salvador Allende fu il primo presidente socialista a essere eletto in Cile, nel 1970. In un anno più di ottanta importanti compagnie furono nazionalizzate, soprattutto le miniere di rame. Un anno più tardi il sessanta percento delle terre irrigate andarono in mano al governo che le ridistribuì tra la manodopera contadina. Però le spese del governo furono superiori alle entrate, e quando il prezzo del rame sul mercato internazionale crollo, l’ inflazione aumentò e una grossa crisi economica colpì lo stato. Iniziarono prolungate carenze di prodotti alimentari, scioperi e disordini pubblici.
L’ 11 settembre 1973 i carro armati circondarono il palazzo presidenziale, ad Allende fu offerto un passaggio per l’ esilio che non accettò.
Il palazzo de la Moneda fu bombardato dai jet dell' aeronautica militare e tra le rovine fu trovato il presidente Allende morto con un mitragliatore tra le braccia. Il colpo di stato era stato diretto dalla CIA per mano di una giunta di quattro uomini,. Tra questi emerse subito il generale Augusto Pinochet, il capo dell’ esercito. Nei giorni seguenti più di 7000 persone furono trascinate nello stadio, dove molti furono torturati e altri giustiziati. I partiti d’ opposizione e i sindacati furono banditi, il congresso fu sciolto e tantissimi cileni scapparono all’ estero.
Pinochet adottò una radicale economia di mercato libero, che ebbe come risultato un aumento della disoccupazione, un abbassamento dei salari ed un inutile sistema di stato sociale. Però alla fine degli anni ottanta l’ economia si riprese e le politiche liberiste diedero i risultati che si aspettava. Tutto possibile solo perché disponeva di spietati strumenti di repressione come la DINA, la brutale polizia segreta. Nel 1988 uscì sconfitto dal referendum, da lui stesso indetto con l'intento di prolungare la sua presidenza e l’ anno seguente in Cile tornò la democrazia, sebbene molte delle figure di spicco del regime militare continuassero a esercitare la loro influenza. Divenne poi senatore a vita, godendo dell'immunità parlamentare.
Pinochet, arrestato a Londra nel 1998 su richiesta di un giudice spagnolo con l'accusa di crimini contro l'umanità, ha passato 16 mesi agli arresti domiciliari in attesa di una possibile estradizione in Spagna. Nel marzo del 2000 il governo britannico gli ha permesso di tornare in patria, dove una corte d'appello ha stabilito che non poteva affrontare un processo causa infermità mentale.
Tuttavia continuò a viaggiare anche nei luoghi più remoti del paese, protetto dalla scorta, per far propaganda alle forze politiche che continuavano a sostenerlo. Pur essendo finito per ben quattro volte agli arresti domiciliari per le atrocità commesse durante gli anni in cui governò il Paese, Augusto Pinochet è morto senza aver scontato un solo giorno di carcere il 10 dicembre 2006 per scompenso cardiaco presso l'Ospedale Militare di Santiago del Cile.

lunedì 4 febbraio 2008

*Santiago del Cile

Santiago è stata fondata il 12 febbraio 1541 da Pedro de Valdivia. La sua popolazione attuale è di circa sei milioni d’ abitanti, è una città moderna dove si sviluppano la maggior parte delle attività amministrative, commerciali e finanziarie del Cile. Si trova a circa 540 metri sopra il livello del mare, nella zona centrale del paese, a 2500 chilometri a sud di Arica, la città più settentrionale del Cile, e a 3140 chilometri al nord di Punta Arenas, la città più australe, a 100 chilometri dal Oceano Pacifico e a 40 chilometri dalla cordigliera Andina. A causa della mancanza d’ oro e di altri metalli preziosi, per la Spagna, il Cile non costituiva un obbiettivo attraente e la nuova colonia era solo un aggiunta marginale, isolata e non remunerativa. Nel 1600 i coloni non superavano le 5000 anime, e in teoria, avrebbero dovuto occuparsi del benessere degli indios e convertirli al cristianesimo, in pratica gli indios erano schiavi usati come manodopera per le “encomiendas”.

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