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venerdì 16 dicembre 2005

#Dal 1 febbraio al 6 febbraio 2005. COLOMBIA

Ciudad Perdìda. “Teyuna”.
Sveglia alle 6, ci viene a prendere una strana Jeep un po' tanto "elaborata ", che assomiglia più a un piccolo pulmino con due sedili da almeno quattro persone più tre posti davanti.
I miei compagni d'avventura sono: due israeliani che arrivano con la Jeep, un polacco che ha vissuto quattro anni negli stati uniti, due ragazze danesi e una ragazza del Belgio, che alloggiano, anche loro al Miramar.
Naturalmente si parte con notevole ritardo dopo aver caricato i bagagli sul tetto. Ci fermiamo a far benzina e comprare dei biscotti, che regalerò ai bambini della comunità indigena. Dopo due ore di viaggio si abbandona la strada asfaltata e prendiamo una strada di terra battuta, che in breve diventa una strada di fango, così ogni dieci-quindici minuti tutti giù dal fuoristrada perché non riesce ad andare avanti.
Così ci tocca camminare col fango alle caviglie, ed è anche divertente! La camionetta ci lascia al piccolo villaggio di El Maméy, dove facciamo colazione e ci riposiamo un oretta, poi cominciamo la camminata zaino in spalla e si sale.
Con noi c'è Manuel, la nostra guida, e José, l'aiutante; le scorte alimentari e le hamache sono caricate su un mulo che un altro aiutante porta su. All'inizio la camminata oltre che in salita e anche al sole, così che la fatica è superiore! ma prima di iniziare la salita vera e propria ci rinfreschiamo con un bel bagno nel fiume. Dopo si sale per piccoli e stretti sentieri, a volte guadiamo fiumi e ruscelli. Dopo quattro-cinque ore con qualche breve sosta per bere da sorgenti di roccia, arriviamo alla prima capanna, Adan, dove vive una famiglia di Campesinos che probabilmente tiene dietro anche alla capanna, che poi è solamente una tettoia, dove passeremmo la notte.
Manuel è José preparano la cena è sistemano le hamache, mentre noi ci facciamo un bagno nel fiume poi una doccia e la cena è pronta. Non c'è corrente elettrica, e non ci sarà per i seguenti cinque giorni, quindi quando si spegne l'ultima candela, tutti a nanna.

Con le prime luci dell'alba mi sveglio e vedo Manuel e José che stanno già preparando la colazione. Dopo la colazione è aver messo a posto le hamache e l'attrezzatura si riparte, ma il cibo e le hamache se le carica in spalla José, tutto dentro un enorme sacco. Entriamo nella zona dove vivono degli indios, i Kogi, che con gli Arsuarios formano la comunità della zona, in un periodo le due comunità si stavano mescolando, così decisero di dividersi, ma ora vivono nuovamente insieme. Probabilmente queste tribù sono discendenti del popolo Tayrona.
Raramente, durante il cammino, si vede qualche indio, soprattutto bambini, fino ad arrivare al loro villaggio, Mutanyl.
Non ci sono uomini perché stanno nei campi a lavorare ma ci sono solo donne e bambini. Manuel ci racconta qualcosa di questa etnia, Ci spiega che, uomini e donne non dormono insieme ma c'è una capanna solo per gli uomini, non fanno sesso la notte perché una leggenda dice che se un bambino viene concepito la notte nasce cieco, però non è proibito fare sesso, lo fanno di giorno è nei campi! Durante tutto il cammino ci sono coltivazioni di coca, che gli indios tostano è mescolano con la polvere di conchiglie frantumate per poi masticarle, coltivano anche tabacco, con il quale fanno una pasta per proteggere le labbra e le gengive dai tagli della polvere di conchiglie.
Dopo le solite quattro o cinque ore di cammino, arriviamo alla seconda capanna: Gabriel. Anche qui vado a farmi il bagno nel fiume ma l'acqua è fredda è la corrente forte, scivolo è l'acqua mi trascina per qualche metro, fino a che non mi aggrappo ad una roccia, per fortuna mi faccio solo qualche graffio, dopo esco è vado a farmi una doccia, aspettando la cena. Il giorno seguente ci aspetta una faticosa camminata, tra il fango, sentieri che non ci sono, pietraie, guadi con l'acqua alla vita per ben nove volte, con una forte corrente. Alla fine, dall'altra parte del fiume, ci appare una lunga scalinata tra la folta vegetazione che gli dà un suggestivo alone di mistero, l'entrata alla città perduta. Si attraversa il fiume è dopo milleduecento gradini si arriva alla prima piazza, bellissime terrazze e fondamenta per le capanne, tra alberi e muschi immersi nella nebbia. Dopo altri ottocento gradini si arriva alla capanna, pranziamo e dopo andiamo a fare un giro con Manuel, che ci dà varie delucidazioni sul sito e sui Tayrona, gli indios che abitavano la Sierra, che gli spagnoli battezzarono col nome dell'etnia più numerosa, i Tayro. La civiltà che abitava Teyuna, come gli odierni indios, aveva una gerarchia ben elaborata.
Gli indiani della Sierra avevano rapporti commerciali con le tribù dei dintorni di Mompos, con i quali scambiavano l'oro che lavoravano eccellentemente, ma non con i caribi, che abitavano l'altra sponda del Rio Magdalena, perché questi ultimi erano cannibali e cacciavano i Tayrona per mangiarli.
Questa società andava dalla Sierra fino al mare ma quando arrivarono gli spagnoli tagliarono le comunicazioni è in commercio tra il mare e i monti, così non si sa che fine abbiano fatto gli abitanti della città perduta.
La “Ciudad Perdida” fu “ riscoperta “ nel 1975 dai guaqueros, i profanatori di tombe, nel '76 iniziarono gli scavi e gli studi, lo stato mandò anche l'esercito per fermare i ladri di reperti precolombiani. Gli studi finirono nel 1982. Per l'ente archeologico il nome è Buritaca 200, Buritaca è il fiume che costeggiamo e guadiamo, e 200 è il numero dei siti scoperti lungo il fiume fino ad allora. Teyuna invece è il nome indigeno del sito, che si trova ad una altitudine tra i millecento e i milletrecento metri sul livello del mare. Oltre alle circa 170 terrazze, che probabilmente costituivano le fondamenta per le capanne, ci sono strade lastricate e lunghissime gradinate, canali di scolo è di drenaggio. Probabilmente fu costruita tra l'XI e il XIV secolo, ma alcuni archeologi ritengono risalga al VII secolo. Sembra sia l'insediamento Tayrona più grande rinvenuto finora, si estende per circa due chilometri quadrati.
Finito il giro e le prime spiegazioni torniamo alla base, dove Josè sta preparando la cena. Si chiacchiera un po' poi andiamo a dormire, questa notte non si dorme in hamaca ma su dei materassi, al secondo piano, chiuso, della capanna.
Il quarto giorno inizia con la colazione e un altro giro di ispezione, che comprende anche il pozzo della gioventù, una specie di piscina naturale e con una cascata, la leggenda narra che chi si fa il bagno ringiovanisce; nessuno di noi si fa un bagno, l'acqua è freddissima.. Quando torniamo alla base pranziamo e poi cominciamo a discendere, prima la scalinata poi il guado del fiume, fango pietraie e tutto il resto. Quindi arriviamo nuovamente alla capanna Gabriel, dove incontriamo un greco e un colombiano con la loro guida, che stanno salendo, si cena, si chiacchiera un po' poi di nuovo in hamaca.
Durante tutto il tragitto, in questi giorni, beviamo diverse tisane, di erbe più o meno spontanee che le nostre guide raccolgono lungo il cammino, come lemongrass e poleo e naturalmente tisane di foglie di Coca, che dovrebbe rilassare, almeno così, dicono Manuel è Josè. Ho anche masticato le foglie di Coca, per darmi più energia, ma sinceramente non so, o non ho riconosciuto gli effetti.
La mattina seguente, dopo colazione si riparte , ci fermiamo qualche minuto pueblo indigeno, dove alcuni di noi comprano borse fatte mano con le fibre di un tipo di cactus, ma ne avevano solamente tre pronte così io rimango senza. Arriviamo abbastanza presto alla capanna e incontriamo un campesino che, dopo aver parlato in disparte con Manuel, chiede chi di noi vuole visitare una fabbrica di cocaina che non è tanto lontano, alcuni ci vanno, i due israeliani e le due danesi, io non avevo abbastanza soldi è un po' mi da fastidio dover pagare per vedere e come si produce la droga, che è uno dei più grossi problemi di questa nazione. Al ritorno gli altri ragazzi non sono un granché soddisfatti, dicono di aver visto solo grandi taniche di plastica con solventi, recipienti e banchi vuoti, né pasta di cocaina e né sacchi di foglie di coca, con la spiegazione che il carico è andato via pochi giorni prima.
Anche l'ultimo giorno si cammina parecchio, ci fermiamo a fare il bagno nel fiume, nello stesso posto dell'andata. Poi raggiungiamo el Mamey, aspettiamo la jeep, che arriva dopo qualche ora.
Il fuoristrada è sovraffollato, oltre a noi salgono tante persone del villaggio che devono andare a Santa Marta o in qualche villaggio lungo la strada, e per il peso, dopo qualche chilometro di strada dissestata, toccando il fondo, si rompe un filtro della benzina, così siamo appiedati, ci tocca aspettare e aspettare. Dopo tanti, tanti minuti, passa un pic-up, anche questo strappieno di gente che ha per fortuna un pezzo di tubo per la benzina col quale riescono a by-passare il filtro rotto. Ripartiamo, e senza altri problemi arriviamo alla strada asfaltata dove ci fermiamo a far benzina in un distributore artigianale che versa la benzina nel serbatoio da alcune taniche, mentre noi ci mangiamo un'anguria dolcissima comprata nello stesso distributore.
Alla fine si rientra a Santa Marta è quindi in ostello.
Nonostante sia la stagione secca, sulla Sierra è piovuto tutte le notti.

giovedì 1 dicembre 2005

#9 agosto 2005, PERU'.

CUZCO.
Ricomincio oggi, dopo tanto tempo, a scrivere il diario, da quando mi hanno rubato lo zaino a Potosì in Bolivia, trentacinque giorni fa. Da allora ho visitato il Salare di Uyuni, un mare di sale bianco, incredibile, la più grande distesa salata del mondo, a 3650 metri sul livello del mare, attraversato con altri turisti con un 4x4, con visita al villaggio dove lavorano e impacchettano il sale per venderlo, un hotel nel mezzo del salare fatto tutto di sale, un’isola colma di altissimi cactus dove ho mangiato per la prima volta il lama, che mi è piaciuto tantissimo, confrontato al suo cugino alpaca, buono lo stesso ma più duro e che ho mangiato spesso qua in Perù. Un freddo assassino, quando cala il sole, mi costringe a comprarmi un maglione e un cappello di lana nel mercato del piccolo villaggio di Uyuni da dove son partito per l’escursione e dove alloggio. Poi son tornato a Potosì, nella vana speranza di avere notizie dello zaino e da dove in quattro giorni torno ad Asunción, in Paraguay sempre attraverso la Trans Chaco, la strada sterrata che attraversa il Chaco, con scarsa vegetazione, il classico e particolarissimo albero a bottiglia e arbusti, posti di blocco e dogane, città segnate sulla cartina ma in realtà solo avamposti militari dove a volte ci fermiamo a consegnare grossi blocchi di ghiaccio e viveri ai poveri pochi presenti, a volte in divisa, a volte in mutande e canotta.Ad Asunción mi fermo qualche giorno per comprarmi lo zaino e il carica batterie per la videocamera, poi torno a Foz do Iguaçu, altre compere a Ciudad dell’Este poi un bus per il Pantanal, al confine Brasile Bolivia, per non riattraversare il Paraguay, treno per Santa Cruz de la Sierra, dove visito lo zoo e velocemente il centro, poi la notte bus per La Paz, breve visita alla piazza di San Francisco e le vie dei dintorni, dopo un minibus per Tiwanacu dove finalmente mi sistemo in Hotel. Una breve visita alla piazza di questo piccolo paesino a circa quattromila metri d’altezza, cena in hotel con riso, bistecche di alpaca e patate. Il giorno dopo visita alle rovine. Il museo e due siti archeologici. Interessanti, di una civiltà preincaica sviluppatasi nei dintorni del lago Titicaca. Gli archeologi stanno ancora scavando per tirar fuori altre rovine e oggetti ma a quanto pare non stanno ristrutturando ciò che hanno già trovato. La chiesa del paesino è fatta con pietre rubate dai conquistatori dal sito ed ha una strana, particolare struttura, le case sono piccole e quasi tutte di adobe, mattoni di fango seccato al sole. Pascolano molte pecore, alcuni lama, alpaca e qualche asino pettinato come Bob Marley. Bambini giocano a pallone nella piazza e una signora vecchissima vende rosari e santini di fianco all’entrata della chiesa. Un te di coca mi scalda l’animo.
Da Tiwanacu torno a La Paz, ma solo per prendere l’autobus, o meglio il “micro”, che mi porta a Copacabana, sul lago Titicaca. La strada è per lo più sterrata, una volta ci fanno anche scendere e camminare perché il micro non ce la fa, poi si arriva allo stretto di Tiquina, dove noi passeggeri dobbiamo attraversare in lancia mentre il micro attraversa il lago su una balsa, o chiatta. Una deviazione, non so per cosa, ci fa tardare per più di due ore.
Copacabana è una bella cittadina, piena di gringos, come mi ha sottolineato, con una smorfia, un archeologo tedesco che alloggiava all’hotel Tiwanacu, con tanti ristoranti, bar, hotel e negozi di artigianato. Mi sistemo in un hotel centrale, mi informo per andare a visitare l’isla del sol e faccio una visita alla chiesa, che venera la famosa Virgen de Copacabana, e dove vendono bottiglie d’acqua miracolosa, poi un giro per le vie del paese e negozi d’artigianato, tramonto spettacolare sul lago, cena, poi a nanna.
Il giorno successivo alle nove parte la barca che mi porta, con altri turisti, in forma di escursione, all’isla del sol. Il lago è di una trasparenza incredibile e anche l’aria non è da meno, lasciandomi vedere le montagne innevate che si ergono in lontananza. In barca conosco Luz, una ragazza messicana che stava studiando in Cile e adesso sta viaggiando un po’ prima di tornare a casa. Passero tutta la gita con lei. Sbarchiamo a nord dell’isola, dove visitiamo prima un piccolo museo, con reperti trovati per lo più nella città sommersa poco distante dall’isola. Poi saliamo fino ad arrivare ad un banco di pietra, dove dalla cultura Tiwanacu ad oggi, si sacrificano dei lama in onore alla Pachamama (madre terra) poi si visita il poco distante tempio (o labirinto) di Chinchana, rovine preincaiche. Ci dicono che il lago prende il nome dalla pietra del puma (titi = puma, caca o carqua = pietra). Dopo iniziamo una camminata di otto chilometri, per lo più in salita, che da nord ci portano a sud per un sentiero con paesaggi superbi, il fiato è corto, siamo a quattromila metri sul livello del mare o poco giù di lì. Arrivati nel villaggio a sud dell’isola, con Luz decidiamo di fermarci a pranzare con una buona trucha alla plancha. Arriviamo di corsa al molo, la nostra barca è già partita e sta per partire l’ultima, dopo un po’ di storie ci fanno salire ugualmente senza nessun sovraprezzo (la compagnia era la stessa).Sbarcati a Copacabana saluto Luz e mi precipito in hotel a riposare, esco per cenare e fare una piccola passeggiata per bere una birretta e salutare Copacabana!
Dopo essere passato in centro per spedire una cartolina prendo un taxi che mi porta a Cassani, la frontiera Bolivia Perù, sbrigo velocemente le formalità poi prendo un mototaxi “triciclo” con una signora, che ci porta al vicinissimo villaggio di Ynguyo, da dove dopo dieci minuti parto per la città di Puno. Così in venti giorni passo dalla Bolivia al Perù attraversando Paraguay Brasile Bolivia.
Al terminal di Puno prendo una bicitaxi che mi scarrozza in centro dove faccio bancomat, cerco un hotel, hotel Torino dieci nuevos soles, bagno in comune, acqua fredda, ma per una notte va benissimo, visto che il giorno dopo vado a dormire su un’isola. Anche Puno è strapiena di turisti ma le sue vie, soprattutto il centro, sono piacevoli. Mi compro un libro in spagnolo, Le miniere del re Salomone, due nuevos soles, che mi tiene compagnia nella fredda notte dentro la mia stanzetta che assomiglia ad una cella senza sbarre. Senza sbarre perché non c’è nemmeno una finestra.
La barca parte in ritardo perché ci sono due persone di troppo e finché non vanno su un'altra barca la “marina” non ci fa partire. La prima sosta è sulle isole galleggianti di Uros, isole “fatte” con la “totora” una canna che cresce nel lago e con la quale gli abitanti fanno tutto, dalle capanne al fuoco per cucinare, una parte è anche commestibile. Alcune isole vivono con il turismo, altre di pesca e sono chiuse ai turisti. In tempi remoti alcune famiglie si erano isolate in questo modo perché c’erano guerra tra villaggi vicini e loro volevano vivere tranquillamente e in pace. È un’esperienza singolare, quando si cammina un po’ si affonda calpestando le canne. Dopo una breve spiegazione sulla vita degli Uros e una mezzoretta di cazzeggio e fotografie si riprende la navigazione, prima tra altre isole galleggianti poi alla volta dell’isola (stavolta vera) di Amantanì, dove gli abitanti, soprattutto le donne, vestono abiti tradizionali, che sono diversi da quelli della terra ferma. Sbarcati ad Amantanì, il capitano della barca ci assegna alle rispettive famiglie, tutti sono in gruppo, io sono l’unico ad essere solo, mi accoglie una signora con una buffa bambina, che mi accompagnano a casa loro attraversando campi e saltando muretti di pietre. Si entra aprendo un cancello di lamiera ondulata in un piccolo cortile circondato dalla casa a due piani fatta di adobe. Al secondo piano, salendo una scala di legno c’è una stanza con quattro letti ed è lì che mi sistemano. Carmencita, così si chiama la signora, si mette subito a prepararmi il pranzo, loro hanno già pranzato. Nel frattempo il compagno mi fa vedere oggetti d’artigianato tessile fatti da Carmencita e delle figlie, che stanno con noi, mentre i figli stanno lavorando, visto che è festa e non vanno a scuola, poi mi fa anche dei giochi con le foglie di coca (una specie di tarocchi) e mi racconta usi e costumi della gente dell’isola, legata ancora a tradizioni ancestrali. Una zuppa di quinua, un cereale molto nutriente, patate di diversi tipi tra il lesso e l’arrosto, insalata di carote e altri vegetali che non riconosco. Loro vanno a lavare i panni, io vado a fare un giro per il piccolo villaggio – comunità, dove incontro Christian, uno svizzero “italiano” e due ragazze di Roma, Ilaria e Silvia. Mi aggrego a loro e con il loro gruppo e la loro guida visitiamo le rovine, si sale e la fatica si fa sentire. Quando cala il sole torniamo giù, alla piazza del paese dove alcuni indigeni giocano a “sapo”. Il cielo è limpidissimo e le stelle vicinissime, uno spettacolo incredibile. Gli altri tre, accompagnati dalla loro ospite, si avviano per la loro casa e per un po’ facciamo un pezzo di strada insieme, poi quando ci dividiamo da dietro compare Carmencita con la bambina che mi stava cercando preoccupata… un po’ mi dispiace ma che ci posso fare?!? A casa ci sono anche gli altri due ragazzi ed ora la cucina, piena di fumo, sembra più allegra del pomeriggio. Prepara la cena, ceniamo tutti insieme poi filmo un po’ con la video camera e facendo rivedere le immagini tutti ridono e si divertono. Però c’è poco tempo, la bambina e la mamma si cambiano, a me fanno indossare un poncho (caldissimo per fortuna) e andiamo in un salone in paese dove ci sono alcuni musicisti che cominciano a suonare e quasi tutti i turisti vestiti con i loro abiti, gli uomini con poncho e berretto, le donne con gonne e camice ricamate.
La piccola Irene (la bambina) mi trascina a ballare poi arrivano anche Thio (Christian) Ilaria e Silvia, altri turisti e si balla tutti insieme in una specie di girotondo sempre più veloce e scoordinato…divertente. Comunque si va a letto presto. La mattina successiva, dopo colazione, Carmencita mi accompagna al molo dove prendo la barca che mi accompagna a Taquile, un'altra isola con un bel paesino dove c’è una festa folklorica, con balli, vestiti tradizionali e bancarelle d’artigianato. Mi rincontro brevemente con gli altri tre e ci diamo appuntamento al molo di Puno. La mia barca parte prima della loro, così arrivato a Puno mi mangio una deliziosa trucha, faccio un giro per i banchi poi mi siedo davanti al molo a leggere ed aspettare. Quando arrivano prendiamo due bicitaxi, Thio e Silvia, io ed Ilaria e ridendo e scherzando, mentre i due pedalatori si sfidano, andiamo al terminal degli autobus per chiedere informazioni, io e le ragazze per venire a Cuzco, Thio per andare a Copacabana. Sempre con i due bicitaxi ci dirigiamo all’ostello dove loro hanno i bagagli ma è pieno e ci trovano una sistemazione vicinissimo, una stanza con tre letti, anche se siamo in quattro, ma non ci facciamo certo problemi. La ricerca della cena si rivelerà una comica, in due ristoranti ci sediamo, aspettiamo con la dovuta calma latinoamericana, scegliamo dal menù, ordiniamo ma ciò che vogliamo non lo hanno e ce ne andiamo, poi alla terza opportunità finalmente riusciamo a mangiare, esausti e affamati. Tornati in hotel giochiamo un po’ a briscola piegandoci dalle risate fino a tarda ora, poi giunge il sonno.

Salutiamo Thio e prendiamo il Bus per Cuzco, fonte di disappunti, risate e stravaganze, più per le ragazze che per me, che di viaggi ne ho fatto di più bizzarri.
Cuzco è una bellissima città coloniale, costruite su rovine Inca. È piacevole ed elettrizzante camminare per le sue vie e strade, piazze e porticati. Facciamo i biglietti per andare a Machu Picchu ma dobbiamo aspettare due giorni prima di partire. Silvia non sta bene e si riposa in hotel, io ed Ilaria andiamo un po’ in giro. Anche se non in perfetta forma, il giorno dopo, Silvia viene con noi, a visitare i vari siti incaici vicini alla città, in autobus fino a Tambo Machai, a piedi alla vicina Puka Pukara, poi a cavallo visitiamo gli altri siti, il tempio del sole e Quenko, infine andiamo a piedi a Sacsayhuaman, la grande fortezza costruita con massi enormi e perfettamente combacianti. Una lunga scalinata ci riporta fino alla plaza de Armas a Cuzco. Il treno per Machu Picchu parte alle sei di sera da Ollantaitambo. La mattina andiamo a visitare il bel villaggio e le rovine di Chinchero (che è di strada) con una sosta anche ad un laboratorio tessile artigianale, con le donne con i vestiti tradizionali che ci hanno anche offerto delle patate cucinate sottoterra. Quindi un minibus fino ad un fantomatico incrocio per “Maras”, che raggiungiamo con un taxi collettivo e da dove cominciamo una camminata sulle montagne e tra le montagne per arrivare alle saline, uno spettacolo originale e fantastico. Dopo una passeggiata tra le saline scendiamo di qualche centinaio di metri, attraversiamo un ponte di legno sospeso sul fiume Urubamba e arriviamo alla cittadina omonima in taxi, da dove con un “micro” stracolmo di gente all’inverosimile, raggiungiamo Ollantaitambo, cena al mercato sporco e polveroso che con poche gocce di pioggia diventa fangoso, poi mototriciclo taxi fino alla stazione e in poco meno di due ore di treno siamo ad Aguas Caliente. A noi tre si è aggiunto un australiano che non spiaccica una parola né d’italiano né di spagnolo ed il mio pressoché nullo inglese non facilita la comunicazione. La notte mi sento male e vomito, così non si parte a piedi prima dell’alba ma in autobus dopo le dieci. All’ingresso accettano la mia, non proprio valida, tessera studentesca, (come per il “boleto turistico” che dà accesso a sedici siti, tra musei, rovine e spettacoli folkloristici di Cuzco e dintorni.) che mi dà diritto al 50% di sconto sull’ingresso. Appena si entra si ha subito l’idea della bellezza, della magia, dell’energia di questo posto e mi rendo conto del perché è il posto più visitato del Sud America, la natura, con le sue montagne a punta e ricchissime di verde vegetazione, forma una cornice impressionante alla cittadella di pietre e anche i misteri sulla sua storia e sulla sua costruzione me la fanno ammirare con il fiato corto. Nonostante si è scesi a circa 2400 metri, rispetto ai 3200 di Cuzco e i 4000 del lago Titicaca, salire e scendere per le grandi scalinate comporta molta fatica, non solo a me che sono debole e disidratato. Le ragazze e l’australiano decidono di salire sull’Huayna Picchu, la montagna “giovane” che sta di fronte, io non me la sento e preferisco intrufolarmi in qualche gruppo organizzato ad ascoltare le spiegazioni delle guide e camminare tra le stradine, costruzioni e scalinate. Trattenendomi a volte con altri italiani, a volte seguendo dei lama per accarezzarli e filmarli. Quando gli altri scendono e si riposano un po’, io e Silvia rimaniamo a contemplare il paesaggio e l’Huayna Picchu. Tornati ad Aguas Calientes mi prende la debolezza che mi butta giù fisicamente, così mi butto subito sotto le coperte con Silvia ed Ilaria che si prendono cura di me comprandomi della frutta e dei succhi. Il giorno dopo, alle sei meno un quarto abbiamo il treno per Ollantaitambo dove prendiamo un taxi che ci porta a Cuzco. Io mi sistemo in un hotel vicino all’altro, in pieno centro, ma più economico, poi andiamo a mangiare nel quartiere di San Blas, salutiamo Tom l’australiano poi andiamo in giro per la città. Alle otto di sera le ragazze vanno al terminal degli autobus per andare a La Paz, così ci salutiamo, un po’ con l’amaro in bocca, compagne di viaggio per otto giorni, con la promessa di rimanere in contatto via e-mail e di rincontrarci, magari in Italia.

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