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venerdì 16 dicembre 2005

#Dal 1 febbraio al 6 febbraio 2005. COLOMBIA

Ciudad Perdìda. “Teyuna”.
Sveglia alle 6, ci viene a prendere una strana Jeep un po' tanto "elaborata ", che assomiglia più a un piccolo pulmino con due sedili da almeno quattro persone più tre posti davanti.
I miei compagni d'avventura sono: due israeliani che arrivano con la Jeep, un polacco che ha vissuto quattro anni negli stati uniti, due ragazze danesi e una ragazza del Belgio, che alloggiano, anche loro al Miramar.
Naturalmente si parte con notevole ritardo dopo aver caricato i bagagli sul tetto. Ci fermiamo a far benzina e comprare dei biscotti, che regalerò ai bambini della comunità indigena. Dopo due ore di viaggio si abbandona la strada asfaltata e prendiamo una strada di terra battuta, che in breve diventa una strada di fango, così ogni dieci-quindici minuti tutti giù dal fuoristrada perché non riesce ad andare avanti.
Così ci tocca camminare col fango alle caviglie, ed è anche divertente! La camionetta ci lascia al piccolo villaggio di El Maméy, dove facciamo colazione e ci riposiamo un oretta, poi cominciamo la camminata zaino in spalla e si sale.
Con noi c'è Manuel, la nostra guida, e José, l'aiutante; le scorte alimentari e le hamache sono caricate su un mulo che un altro aiutante porta su. All'inizio la camminata oltre che in salita e anche al sole, così che la fatica è superiore! ma prima di iniziare la salita vera e propria ci rinfreschiamo con un bel bagno nel fiume. Dopo si sale per piccoli e stretti sentieri, a volte guadiamo fiumi e ruscelli. Dopo quattro-cinque ore con qualche breve sosta per bere da sorgenti di roccia, arriviamo alla prima capanna, Adan, dove vive una famiglia di Campesinos che probabilmente tiene dietro anche alla capanna, che poi è solamente una tettoia, dove passeremmo la notte.
Manuel è José preparano la cena è sistemano le hamache, mentre noi ci facciamo un bagno nel fiume poi una doccia e la cena è pronta. Non c'è corrente elettrica, e non ci sarà per i seguenti cinque giorni, quindi quando si spegne l'ultima candela, tutti a nanna.

Con le prime luci dell'alba mi sveglio e vedo Manuel e José che stanno già preparando la colazione. Dopo la colazione è aver messo a posto le hamache e l'attrezzatura si riparte, ma il cibo e le hamache se le carica in spalla José, tutto dentro un enorme sacco. Entriamo nella zona dove vivono degli indios, i Kogi, che con gli Arsuarios formano la comunità della zona, in un periodo le due comunità si stavano mescolando, così decisero di dividersi, ma ora vivono nuovamente insieme. Probabilmente queste tribù sono discendenti del popolo Tayrona.
Raramente, durante il cammino, si vede qualche indio, soprattutto bambini, fino ad arrivare al loro villaggio, Mutanyl.
Non ci sono uomini perché stanno nei campi a lavorare ma ci sono solo donne e bambini. Manuel ci racconta qualcosa di questa etnia, Ci spiega che, uomini e donne non dormono insieme ma c'è una capanna solo per gli uomini, non fanno sesso la notte perché una leggenda dice che se un bambino viene concepito la notte nasce cieco, però non è proibito fare sesso, lo fanno di giorno è nei campi! Durante tutto il cammino ci sono coltivazioni di coca, che gli indios tostano è mescolano con la polvere di conchiglie frantumate per poi masticarle, coltivano anche tabacco, con il quale fanno una pasta per proteggere le labbra e le gengive dai tagli della polvere di conchiglie.
Dopo le solite quattro o cinque ore di cammino, arriviamo alla seconda capanna: Gabriel. Anche qui vado a farmi il bagno nel fiume ma l'acqua è fredda è la corrente forte, scivolo è l'acqua mi trascina per qualche metro, fino a che non mi aggrappo ad una roccia, per fortuna mi faccio solo qualche graffio, dopo esco è vado a farmi una doccia, aspettando la cena. Il giorno seguente ci aspetta una faticosa camminata, tra il fango, sentieri che non ci sono, pietraie, guadi con l'acqua alla vita per ben nove volte, con una forte corrente. Alla fine, dall'altra parte del fiume, ci appare una lunga scalinata tra la folta vegetazione che gli dà un suggestivo alone di mistero, l'entrata alla città perduta. Si attraversa il fiume è dopo milleduecento gradini si arriva alla prima piazza, bellissime terrazze e fondamenta per le capanne, tra alberi e muschi immersi nella nebbia. Dopo altri ottocento gradini si arriva alla capanna, pranziamo e dopo andiamo a fare un giro con Manuel, che ci dà varie delucidazioni sul sito e sui Tayrona, gli indios che abitavano la Sierra, che gli spagnoli battezzarono col nome dell'etnia più numerosa, i Tayro. La civiltà che abitava Teyuna, come gli odierni indios, aveva una gerarchia ben elaborata.
Gli indiani della Sierra avevano rapporti commerciali con le tribù dei dintorni di Mompos, con i quali scambiavano l'oro che lavoravano eccellentemente, ma non con i caribi, che abitavano l'altra sponda del Rio Magdalena, perché questi ultimi erano cannibali e cacciavano i Tayrona per mangiarli.
Questa società andava dalla Sierra fino al mare ma quando arrivarono gli spagnoli tagliarono le comunicazioni è in commercio tra il mare e i monti, così non si sa che fine abbiano fatto gli abitanti della città perduta.
La “Ciudad Perdida” fu “ riscoperta “ nel 1975 dai guaqueros, i profanatori di tombe, nel '76 iniziarono gli scavi e gli studi, lo stato mandò anche l'esercito per fermare i ladri di reperti precolombiani. Gli studi finirono nel 1982. Per l'ente archeologico il nome è Buritaca 200, Buritaca è il fiume che costeggiamo e guadiamo, e 200 è il numero dei siti scoperti lungo il fiume fino ad allora. Teyuna invece è il nome indigeno del sito, che si trova ad una altitudine tra i millecento e i milletrecento metri sul livello del mare. Oltre alle circa 170 terrazze, che probabilmente costituivano le fondamenta per le capanne, ci sono strade lastricate e lunghissime gradinate, canali di scolo è di drenaggio. Probabilmente fu costruita tra l'XI e il XIV secolo, ma alcuni archeologi ritengono risalga al VII secolo. Sembra sia l'insediamento Tayrona più grande rinvenuto finora, si estende per circa due chilometri quadrati.
Finito il giro e le prime spiegazioni torniamo alla base, dove Josè sta preparando la cena. Si chiacchiera un po' poi andiamo a dormire, questa notte non si dorme in hamaca ma su dei materassi, al secondo piano, chiuso, della capanna.
Il quarto giorno inizia con la colazione e un altro giro di ispezione, che comprende anche il pozzo della gioventù, una specie di piscina naturale e con una cascata, la leggenda narra che chi si fa il bagno ringiovanisce; nessuno di noi si fa un bagno, l'acqua è freddissima.. Quando torniamo alla base pranziamo e poi cominciamo a discendere, prima la scalinata poi il guado del fiume, fango pietraie e tutto il resto. Quindi arriviamo nuovamente alla capanna Gabriel, dove incontriamo un greco e un colombiano con la loro guida, che stanno salendo, si cena, si chiacchiera un po' poi di nuovo in hamaca.
Durante tutto il tragitto, in questi giorni, beviamo diverse tisane, di erbe più o meno spontanee che le nostre guide raccolgono lungo il cammino, come lemongrass e poleo e naturalmente tisane di foglie di Coca, che dovrebbe rilassare, almeno così, dicono Manuel è Josè. Ho anche masticato le foglie di Coca, per darmi più energia, ma sinceramente non so, o non ho riconosciuto gli effetti.
La mattina seguente, dopo colazione si riparte , ci fermiamo qualche minuto pueblo indigeno, dove alcuni di noi comprano borse fatte mano con le fibre di un tipo di cactus, ma ne avevano solamente tre pronte così io rimango senza. Arriviamo abbastanza presto alla capanna e incontriamo un campesino che, dopo aver parlato in disparte con Manuel, chiede chi di noi vuole visitare una fabbrica di cocaina che non è tanto lontano, alcuni ci vanno, i due israeliani e le due danesi, io non avevo abbastanza soldi è un po' mi da fastidio dover pagare per vedere e come si produce la droga, che è uno dei più grossi problemi di questa nazione. Al ritorno gli altri ragazzi non sono un granché soddisfatti, dicono di aver visto solo grandi taniche di plastica con solventi, recipienti e banchi vuoti, né pasta di cocaina e né sacchi di foglie di coca, con la spiegazione che il carico è andato via pochi giorni prima.
Anche l'ultimo giorno si cammina parecchio, ci fermiamo a fare il bagno nel fiume, nello stesso posto dell'andata. Poi raggiungiamo el Mamey, aspettiamo la jeep, che arriva dopo qualche ora.
Il fuoristrada è sovraffollato, oltre a noi salgono tante persone del villaggio che devono andare a Santa Marta o in qualche villaggio lungo la strada, e per il peso, dopo qualche chilometro di strada dissestata, toccando il fondo, si rompe un filtro della benzina, così siamo appiedati, ci tocca aspettare e aspettare. Dopo tanti, tanti minuti, passa un pic-up, anche questo strappieno di gente che ha per fortuna un pezzo di tubo per la benzina col quale riescono a by-passare il filtro rotto. Ripartiamo, e senza altri problemi arriviamo alla strada asfaltata dove ci fermiamo a far benzina in un distributore artigianale che versa la benzina nel serbatoio da alcune taniche, mentre noi ci mangiamo un'anguria dolcissima comprata nello stesso distributore.
Alla fine si rientra a Santa Marta è quindi in ostello.
Nonostante sia la stagione secca, sulla Sierra è piovuto tutte le notti.

gigipeis

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